martedì 18 marzo 2014

I film de "La spuma e lo spritz" - Il Pardino Parte II

In queste settimane Rete 4 sta riproponendo la trilogia de "Il Padrino", un episodio a settimana il sabato sera. In quello scorso era il turno del secondo capitolo, quello che senza giri di parole definisco il migliore della serie.
Non fraintendetemi: il primo è fatto molto bene e ha avuto il merito di lanciare molti attori nuovi (Al Pacino in primis). Però per me il secondo è un capolavoro originalissimo e ricco di spunti di riflessione anche profondi, mentre il primo serve più a farci diventare familiare con un certo mondo (quello mafioso) in generale. Per inciso, il terzo è purtroppo una conclusione a tratti scontata di una serie altrimenti splendida.
Ma perché mi piace così tanto questo capitolo? Innanzi tutto la struttura: essa richiama il formato ideato 2000 anni fa da Plutarco con le sue Vite Parallele, raccontando due biografie aventi alcuni punti in comune. I personaggi di cui si racconta nel film sono Vito e Michael Corleone, rispettivamente padre e figlio e capi della dinastia mafiosa che porta il loro cognome. Entrambi erano apparsi nel primo episodio, dove si aveva modo di vedere la parte finale del "regno" di don Vito e l'inizio di quello di Michael. Nel secondo episodio invece viene raccontata l'ascesa del primo, immigrato dall'Italia, e la "decadenza" del secondo.
Ho messo questo termine tra virgolette perché in realtà anche Micheal riesce a mantenere, se non addirittura ad allargare, l'influenza del suo clan. Il film, però, mostra inevitabilmente un dualismo tra il padre, l'eroe (se si può usare questo termine per un boss mafioso) vincente e il figlio, il "perdente". Se don Vito riesce a costruire il suo clan e a vincere anche nel privato (famiglia numerosa e unita), Micheal (che addirittura nei piani del padre non doveva entrare nel mondo mafioso) nel privato è un disastro. Per quest'ultimo il ruolo di potere e il suo mantenimento a tutti i costi è coinciso col graduale e drammatico disfacimento della sua famiglia (in senso letterale e non criminale del termine): il divorzio, la sorella che dopo la morte del marito (che si era venduto al nemico) passa da una relazione all'altra ed è sempre senza soldi, ma soprattutto il tradimento del fratello, il quale, geloso del fatto che lui, il figlio maggiore, non fosse a capo della famiglia, tradisce il suo stesso clan e per poco non far ammazzare il fratello; la conseguenza di quest'ultimo tradimento sarà la drammatica scena in cui egli viene ammazzato proprio per ordine di Michael (per inciso, trovo la composizione di quest'ultima spettacolare).


Di conseguenza, mentre don Vito rappresenta un vincente, una sorta di lato perverso del sogno americano, l'uomo che si è fatto da solo (idea che ha fatto molto arrabbiare la mia amica statunitense Megan quando gliel'ho esposta), che è diventato potente nel pubblico e vincente nel privato, Michael rappresenta un mondo in cui il denaro è ancora più importante nella conquista del potere e travolge tutto, mettendo tutto il resto va in secondo piano (altrimenti non mi spiego il continuo richiamo dei mafiosi più anziani di lui ai "tempi belli"). Michael vince nel malaffare, ma fallisce nei suoi obiettivi: rendere completamente legale la posizione dei Corleone e tenere unita la sua famiglia (figli, moglie e fratelli). Per questo egli è il perdente, l'eroe decadente, cosa che emerge ancora di più dal confronto con il padre.
Ed è questo per me il bello del film: se il primo episodio serviva soprattutto a presentare un mondo e a raccontarlo, il secondo racconta due personaggi, il mondo visto da loro occhi, la forza del primo e le contraddizioni del secondo. Insomma, è la storia di un ambiente (la mafia) con gli occhi di due grandi personaggi, è il racconto di un pezzo di natura umana, e di quell'infinito universo che esso racchiude.

sabato 15 marzo 2014

Comunicazione politica del 2000 o MondialRenzi?

Ebbene sì, questo blog non si premura di cercare sempre argomenti originali, non discussi dagli altri o alternativi: ogni tanto anche a me tocca rimestare nel torbido. Voglio parlare della conferenza stampa tenuta da Renzi mercoledì 12 marzo scorso per presentare le prossime misure che il suo governo ha intenzione di prendere. Per chi se la fosse persa e non volesse privarsi di questo piacere (c'è a chi piace il genere), ecco il video integrale.


Se invece vi fidate di me e della mia capacità di discernimento, ecco la mia analisi.

La qualità tecnica dello streaming

Un fotogramma ad alta definizione dello streaming della
conferenza stampa
Non è la prima volta purtroppo che la politica prova a fare la moderna ma poi si perde in questioni tecniche: l'incontro di Bersani con i pentastellati, quello speculare di Renzi, le direzioni PD o le riunioni M5S... Hanno tutti in comune una ridotta qualità tecnica: una bassissima risoluzione, una regia abile come quella dello zio matto che riprende la prima comunione del nipote e un audio che a confronto Armstrong dalla luna si sentiva meglio. Ora, non dico che voglio il full HD (come quando ero al Politecnico a Zurigo e sulla loro intranet si trasmettevano le partite dei Mondiali in HD, roba che col proiettore riuscivo a contare ogni singolo filo d'erba), ma almeno un po' d'impegno... Anche Renzi poi ha commesso qualche errore imperdonabile da questo punto di vista: i gesti con i quali batteva sul podio scandendo ritmicamente il suo discorso risultavano alla fine più sgradevoli che utili.

La comunicazione visuale-iconica e l'uso delle figure retoriche

Da molti Renzi è stato irriso per la scelta della presentazione in powerpoint per illustrare i prossimi provvedimenti del governo, un po' come un venditore in una convention aziendale. Pur se ispirato da Obama nella scelta del mezzo, l'impressione finale è molto differente: tanto istituzionale e preciso il presidente americano quanto a tratti piacione e piazzista il secondo. Chi però fa questa osservazione dovrebbe ricordarsi del contesto differente: se Obama parlava al congresso statunitense, quindi in una delle massime sedi istituzionali del suo paese, Renzi era sì a Palazzo Chigi, ma aveva come destinatario il grande pubblico. E qui non posso non citare Zurota, che sul suo blog personale ha ricordato quale sia il fottuto campo di giuoco: in un paese dove più del 70% degli italiani non ha le competenze per leggere un articolo di giornale bisogna adottare uno stile che possa raggiungere anche costoro. Letta, con il suo bel programma Impegno Italia soddisferà quelli come me, che hanno uno stile cognitivo verbale, ossia apprendono meglio contenuti incentrati sulla parola, sia essa in forma di testo scritto o orale. Ma come ben sanno gli insegnanti, una larga parte della popolazione ha un altro stile, basato sull'immagine o al massimo sul testo breve, tipo i 140 caratteri di Twitter. 
Una comunicazione che adotta questo stile è pertanto destinata ad essere vincente, specie in quella parte molto mobile di elettorato che si informa di meno e che, non abituata ad una fruizione intensa di contenuti, ha bisogno di queste modalità. In fondo i dipinti nelle chiese con le scene sacre o le vite dei santi erano il modo dell'epoca per insegnare a una massa di fedeli analfabeti la dottrina cristiana: e la Chiesa dura da duemila anni...
Renzi e la slide del carrello della spesa
La comunicazione per immagini inoltre rimane spesso impressa ad un livello inconscio, più profondo e quindi è più facilmente destinata a durare nel tempo. L'apoteosi di tutto ciò è la slide, da tanti derisa, del carrello della spesa: Renzi l'ha lasciata per diversi minuti, sapendo che sarebbe risultata molto forte. Promettere 80 euro in più al mese significa fornire un dato significativo, ma che non colpisce come un'immagine immediatamente associata al benessere come un carrello della spesa pieno.
Non so quanto volontariamente, poi, ma Renzi nel suo discorso fa spesso uso di figure retoriche (ossia accorgimenti tecnici del discorso) che aiutano sia a memorizzare più facilmente ciò che si vuole dire sia a renderlo maggiormente interiorizzabile per il pubblico.
Si pensi ad esempio a questo celeberrimo passo della Divina Commedia:

               Per me si va ne la città dolente
               Per me si va ne l'etterno dolore
               Per me si va tra la perduta gente

La ripetizione continua di un certo blocco di discorso (Il "Per me si va") è detta anafora, ed effettivamente consente di memorizzare facilmente questa strofa che moltissimi si ricordano, pur senza sapere dove fosse collocata. Renzi ripete spesso le parole "fare" e "svolta", ad esempio, un po' come un mantra, si direbbe oggi, ma non facendo altro che applicare questa tecnica. Un'altra figura retorica molto utilizzata da Renzi è il chiasmo, ossia la creazione di un incrocio immaginario tra coppie di parole. Un esempio ben noto è il motto dei moschettieri Uno per tutti / Tutti per uno: si noti come la posizione di "Uno" e "Tutti" si inverte tra i due blocchi. Renzi ne fa un uso a volte eccessivo, quasi da supercazzola (tipo "Viva l'Italia viva"), ma se da un lato può far ridere, dall'altro attira l'attenzione, fa presa: e quindi raggiunge il suo scopo.




Il messaggio politico sono io

Si è spesso parlato di Renzi come di un piccolo Berlusconi. Qui voglio confermare almeno parzialmente questa tesi, con un elemento però che fa parte della politica moderna e che Berlusconi ha adottato e importato in Italia: l'identificazione tra leader e proposta politica. La metto in termini semplici: chi vota i partiti di centro-destra nella stragrande maggioranza dei casi non vota un programma, vota Berlusconi.Renzi fa proprio questo elemento tipico della politica americana, dove ciò è una necessità poiché i partiti sono poco radicati nella comunità e quindi hanno bisogno di un forte elemento catalizzatore come un leader per raccogliere consenso in occasione degli appuntamenti elettorali; tale fenomeno però è sempre più forte anche in Europa (Cameron in Gran Bretagna, Zapatero in Spagna), e in Italia, dove la crisi dei partiti è forte, è quasi inevitabile.
Renzi dice continuamente frasi tipo "Ci metto la faccia" su alcuni provvedimenti, a significare che essi sono importanti esclusivamente perché sono quelli che maggiormente si identificano con la sua figura. Piaccia o no, questa è una tendenza sempre maggiore nel nostro paese, dove la frase "Io voglio votare la persona" è sempre più diffusa.

Le criticità

Attenzione: non è tutt'oro quello che luccica
Tecnicamente si può osservare che la maggior parte delle proposte di Renzi hanno una copertura non ben definita: dove li trova i soldi per tutte le sue iniziative? Su questa cosa non è stato chiaro, ma non mi sarei aspettato altro: la conferenza stampa poco si presta a un resoconto dettagliato di tutte le voci di bilancio, e non si può pretendere altro. Più problematica invece è la questione sulle forme con cui le proposte dovranno diventare leggi: se da un lato è positivo il fatto che si faccia più ricorso a disegni di legge (proposte presentate in parlamento da modificare, approvare o respingere) che a decreti legge (atti normativi del governo per cui il parlamento ha 90 giorni per scegliere di convertirli in legge normale o no), offrendo quindi tempo per la discussione, dall'altro si danno molti modi agli oppositori di Renzi per perdere tempo o snaturare le sue proposte. Non quindi il fare serrato e a tratti nevrotico che si vuole raffigurare, anche se sono ancora possibili espedienti per troncare la discussione parlamentare, come la questione di fiducia, per cui o si approva la legge o cade il governo.
Se per molte cose dovremo aspettare il vero e proprio documento di programmazione economica e finanziaria, quest'ultimo però, guardando quei pochi atti normativi già presentati, potrebbe non promettere nulla di buono: il mio politologo friulano di fiducia in suo post ha mostrato come la proposta di riforma costituzionale sia assolutamente frammentaria e raffazzonata, e per lo più presentata in un pacchetto "prendere o lasciare".
Vedo però un'altra grossa criticità. La politica ha un duplice scopo: l'elaborazione e la diffusione di proposte e la raccolta di consenso attorno ad esse. Renzi ha il merito di ricordarsi di quanto sia importante il secondo, da raggiungere anche attraverso l'uso di tecniche di marketing. Fin qui tutto bene: però il problema è il primo obiettivo da me menzionato. A mio parere la proposta politica renziana è a tratti frammentaria, per di più ispirata a teorie da sinistra liberista che andavano tanto di moda negli anni '90, che hanno creato gli elementi che hanno poi contribuito alla drammaticità della crisi (la deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, ad esempio). Renzi prende sì alcuni elementi da sinistra più socialista (ad esempio, la promessa di taglio dell'IRPEF con aumento del salario netto per i lavoratori dipendenti), ma altri non lo sono: non mi piace ad esempio l'identificazione della pubblica amministrazione o del fisco come nemici. Questa è un'esagerazione nel tentativo di raccogliere entusiasmo, che poco ha a che fare però con quella che secondo me è una priorità che la sinistra del terzo millennio deve avere, ossia la ricostruzione dello stato dopo la sua delegittimazione operata dalla destra in nome del mercato. Ma soprattutto, non c'è quell'opera di elementarizzazione, ossia di riformulazione della propria proposta in termini sì più semplici ma comunque non semplicistici, e che quindi non perdono per strada il significato originario più complesso.
Il problema però è che al momento una proposta di sinistra alternativa non c'è (Renzi sta vincendo sulle macerie), né esiste la sensibilità, da parte di chi ci prova a farla, a catalizzare un consenso ampio, anche sporcandosi le mani con trucchetti da venditore, e facendo da tramite tra la complessità della realtà e l'esigenza di immediatezza dell'elettore: basta pensare che l'avversario di Renzi alle primarie era Cuperlo, figura rispettabilissima ma evidentemente a disagio nel ruolo di leader politico e incomprensibile ai più quando parlava. Rimaniamo perciò con l'alternativa di un leader che si preoccupa tantissimo della seconda gamba della politica (il consenso) ma fallisce nella prima, nella costruzione di una proposta basata su una chiara visione della società, e con essa coerente, e nella sua trasmissione il più possibile fedele, per quanto resa semplice, ai cittadini. Certo, qualche frammento di ciò non manca, ma non vedo quella che i filosofi chiamerebbero narrazione, ossia un impianto ideologico che spieghi il mondo che ci circonda e che riesca ad essere applicato in diversi ambiti, ottenendo quella che Gramsci chiamava "egemonia culturale". In fondo, la cultura di destra del mercato ha fatto sua questa lezione, riuscendo a dominare in economia, nell'istruzione, nella legislazione del lavoro, nella cultura. A quando una proposta di sinistra che recuperi questo concetto di uno dei suoi padri nobili offrendo un'alternativa radicale a quanto visto negli ultimi 30 anni?

giovedì 13 marzo 2014

Italicum for dummies

L'italicum è unicum? In memoria delle sere a casa
con il co-blogger "Dalla parte di Spessotto"
Il 12 marzo 2014 la Camera ha approvato la nuova proposta di legge elettorale, chiamata sui giornali italicum, la quale, se pur con piccole modifiche, è essenzialmente la stessa scaturita dall'accordo tra PD e Forza Italia, plasticamente rappresentato dall'incontro tra i loro leader, Renzi e Berlusconi, nella sede del PD al Nazareno.
In estrema sintesi, è un modello spagnolo modificato con innesti francesi (per il doppio turno), premio di maggioranza e soglie di sbarramento nazionali. Questo post è dedicato a chi non ha capito un tubo di quest'ultima frase, ritenendola assimilabile ad una proverbiale supercazzola.


Avviso quindi che in queste righe manterrò un tono volutamente didascalico, che potrebbe sembrare noioso per chi ha una qualche familiarità con tali questioni tecniche, risultando perciò in un testo lungo. Se volete cercare un colpevole, quanto sto per scrivere nasce dalle numerose domande fattemi dalla mia amica Eleonora, ed è rivolto proprio a chi come lei ha interesse nella politica ma non ha perso ore a seguire il dibattito sul migliore dei sistemi elettorali possibili.
Analizzerò alcune parole utilizzate nella mia descrizione dell'italicum, ossia:
  • Modello spagnolo
  • Premio di maggioranza
  • Doppio turno
  • Soglie di sbarramento
Infine, riepilogherò alcune delle criticità che possono emergere da questa legge e menzionerò brevemente le polemiche che ne hanno maggiormente accompagnato la discussione.

Modello spagnolo

No, non parlo di questo modello spagnolo
Il modello elettorale vigente in Spagna si basa su collegi piccoli, ossia ripartizioni territoriali di ridotta estensione territoriale, in ciascuno dei quali vengono eletti su base proporzionale un ridotto numero di parlamentari.
Il meccanismo proporzionale è in linea di massima molto semplice: a ciascun partito vengono assegnati un numero di eletti corrispondente alla percentuale di voti ottenuta. Ad esempio, in un collegio che assegna 10 elettori, un partito che riceve il 30% dei voti otterrà grosso modo 3 eletti.
Come nel sistema spagnolo, le liste dei parlamentari sono bloccate, e quindi non è possibile esprimere una o più preferenze sui candidati che si vogliono votare. L'ordine di comparizione nelle liste determina perciò chi verrà eletto: per il sopra citato partito dal 30%, accederanno al parlamento i primi 3 della lista da esso presentato.

Premio di maggioranza

Un premio che questo blog non vincerà mai
Per come è formulato, un modello elettorale proporzionale garantisce la maggioranza solo a quei partiti o a quelle coalizioni che conseguono una percentuale di voti prossima al 50% (quanto vicina dipende dalla soglia di sbarramento, di cui parleremo dopo). Una tale situazione è di difficile realizzazione, soprattutto nell'Italia di oggi, caratterizzata da tre partiti principali, ma non molto grossi. L'Italicum perciò prevede un premio di maggioranza per il partito o la coalizione (quindi queste devono essere dichiarate prima del voto) che ha raggiunto il maggior numero di voti, ma non la maggioranza dei seggi. Esso consiste nell'assegnazione di un numero di seggi ulteriore, sufficiente a raggiungere la maggioranza in parlamento: l'unica condizione è che il partito o la coalizione in questione devono aver raggiunto almeno il 37% dei voti a livello nazionale. Cosa succede nel caso in cui questa percentuale non sia raggiunta da nessuno?

Doppio turno

Prima o poi viene il proprio turno, basta aspettare
La soluzione escogitata dall'Italicum in questo caso è il doppio turno, praticamente simile al ballottaggio in vigore nelle elezioni comunali e già adottato in Francia per le elezioni nazionali.
L'idea è che, nel caso in cui nessuno raggiunga il 37% dei voti, le due coalizioni (o i due partiti) che hanno ottenuto più voti si confrontano in un secondo turno elettorale ad esse riservato e in cui l'elettore deve decidere a chi va assegnato il premio di maggioranza.
A differenza di quanto accade in Francia e nelle elezioni comunali italiane, non è possibile per le liste escluse dal ballottaggio associarsi a una delle due a esso ammesse, e quindi le coalizioni non possono essere modificate tra un turno e l'altro. Ma chi può accedere alla ripartizione dei seggi?

Soglia di sbarramento

Certi sbarramenti raggiungono sicuramente consensi
bipartisan
Una soglia di sbarramento è una percentuale al di sotto della quale un partito o una coalizione non hanno diritto a partecipare alla ripartizione dei seggi. Nel caso visto sopra, in cui un collegio assegna dieci seggi, una lista, per poter ottenere almeno un seggio, deve conseguire circa il 10% dei voti. In generale, se un collegio assegna N seggi, l'Italicum determina una soglia implicita (in quanto non definita esplicitamente) per quel collegio pari a 1/N. Più piccolo è un collegio, quindi, maggiore è tale soglia di sbarramento. Per questo in Spagna, dove essi sono molto piccoli (e quindi assegnano pochi seggi), tale meccanismo penalizza i partiti minori, rendendo per loro quasi impossibile l'accesso al parlamento.
Nell'Italicum, oltre a questa soglia implicita derivante dal meccanismo dei collegi piccoli, si definiscono altre tre quote da raggiungere, definite a livello nazionale:

  • Il 12% per le coalizioni
  • L'8% per i partiti singoli che non si presentano in una coalizione (ad esempio, il Movimento 5 Stelle)
  • Il 4.5% per i partiti in una coalizione.
In questo modo, un partito forte in alcune zone d'Italia ma debole a livello nazionale, come la Lega Nord, difficilmente può entrare in Parlamento. Per quest'ultima si era pensato a un comma ad hoc, in modo da consentirle di eleggere dai rappresentanti, ma poi nei lavori parlamentari esso non è stato incluso, e quindi la versione uscita oggi dalla Camera non lo contempla. Vi è tuttavia una soglia del 20% riservata esclusivamente ai movimenti che rappresentano le minoranze linguistiche e calcolata sui collegi in cui queste ultime si presentano (ad esempio, la SVP della minoranza tedesca in Alto-Adige), per preservare il loro riconosciuto diritto di rappresentanza.

Alcune criticità di questa legge non sufficientemente emerse


Un buon esempio di rapporto tra piccoli e grandi
I possibili problemi che io (e anche altri, pur senza raggiungere il clamore riservato alle quote rosa o delle liste bloccate) ho osservato in questa legge sono quasi tutti legati a quanto il Parlamento che risulterebbe da una tale legge sia rappresentativo dei voti dei cittadini, in particolare nella riproduzione delle proporzioni fra partiti "grandi" (PD, Forza Italia, M5S) e piccoli (NCD, SEL etc.).
Si consideri il più semplice: le soglie di sbarramento nazionale. Per come sono formulate, nessun partito, con l'eccezione di PD, PDL e M5S, può presentarsi da solo alle elezioni, cosa che risulta particolarmente sgradita a SEL, i cui rapporti col PD, dopo quanto è successo in seguito alle ultime votazioni, non sono affatto idilliaci a livello nazionale. I piccoli sono quindi "forzati" a cercare di coalizzarsi con i più grandi, senza per questo guadagnare la quasi certezza di riuscire a nominare dei propri rappresentanti: secondo gli ultimi sondaggi, a parte i tre partiti maggiori, gli altri non sono per niente sicuri di raggiungere il 4.5%. Ciò è facilmente aggirabile se i piccoli partiti si aggregano in contenitori pensati apposta per le elezioni, ma queste operazioni non sempre hanno successo (vedere cosa è successo nelle ultime elezioni a Rivoluzione Civile).
Inoltre, i partiti che non superano la soglia elettorale partecipano comunque al conseguimento del premio della maggioranza alla loro coalizione, con risultati potenzialmente paradossali.
Facciamo un esempio realistico di risultati elettorali:
- PD 31.5% + SEL 4% + Altri di CSX 1% = 36.5%
- Forza Italia 25% + NCD 3% + Lega 3.5% + Fratelli d'Italia 3% + UDC 2% + altri CDX = 1% = 37.5%
- M5S 22%
- Altri 4%
Per come è formulato l'Italicum, alla Camera si avrebbero 3 partiti: Forza Italia con 340 seggi, il PD 163 e il M5S 113. Da questo conteggio vengono esclusi i seggi della Valle d'Aosta e dell'Alto-Adige (che sono assegnati con una legge diversa) e quelli riservati ai rappresentanti degli italiani all'estero. In una situazione del genere, che non è così impossibile, il PD, pur essendo largamente il primo partito, ottiene quasi la metà dei seggi di Forza Italia, grazie ai tanti partitini che sono coalizzati con lei, che però non ottengono alcun seggio. Questo, assieme alla tendenza del CSX ad ottenere peggiori risultati quando si vota con il metodo proporzionale (come evidenziato da marckuck in un suo post), contribuisce alla mia incredulità su come Renzi possa aver accettato questo compromesso.
Sempre riguardo l'assegnazione di un premio di maggioranza a una coalizione, quest'ultimo non costituisce un vincolo per i suoi partiti a mantenersi uniti per tutta la legislatura: si pensi al fatto che il PD alle ultime elezioni alla Camera ha ottenuto quasi il 50% dei seggi pur con il 25% dei voti, in quanto alleato con SEL in una coalizione che ha conseguito il premio di maggioranza, e tuttavia questi due partiti non governano assieme A livello locale questo vincolo è dato dal fatto che se decade il sindaco o il presidente di regione si deve tornare a votare, ma in questi casi essi sono direttamente eletti dagli elettori, cosa non valida per il premier (e se si vuole ciò, bisogna modificare la costituzione, procedura dai tempi lunghi).
Infine, il fatto che il Senato (in prospettiva da rendere non più elettivo ma composto da membri delle istituzioni locali) sia per ora, in attesa di una sua riforma, eletto con un proporzionale puro (quello emerso dalle modifiche della Consulta al Porcellum), fa in modo che fino a quando non viene cambiata la parte della Costituzione che parla del Senato (cosa che richiede almeno un anno) ogni elezione non porterà ad una maggioranza al Senato che non sia nel quadro delle larghe intese. Renzi vuole usare ciò per incentivare i piccoli partiti che appoggiano il suo governo a non andare subito alle elezioni, ma quest'arma potrebbe ritorcersi contro di lui.

Quote rosa e preferenze


Anche le parlamentari possono andare in bianco
Più risalto sui mezzi d'informazione hanno invece ottenuto le questioni relative alla parità di genere nella rappresentanza parlamentare e alle preferenze. Sono stati infatti bocciati gli emendamenti che tendevano a forzare i partiti ad alternare un uomo e una donna nelle liste e a scegliere un pari numero di capilista uomini e donne, così come non sono state approvate quelle proposte di modifica che volevano introdurre la possibilità per l'elettore di indicare la preferenza per un singolo candidato o per due candidati, uno di sesso maschile e l'altro femminile.
Sulle quote rosa mi limito a dire che in un mondo perfetto esse non servirebbero, ma in un paese come il nostro, in cui esiste un soffitto di vetro che ancora oggi non consente alle donne di occupare posti di rilievo, se non in minima parte, bisogna contemplare una legge che garantisca la parità di rappresentanza per i generi. Quando poi, con questo meccanismo, donne e uomini occuperanno in quota simile degli incarichi importanti, allora si potrà pensare di rimuovere tale forzatura.
Sulle preferenze, infine, devo osservare che in molti altri paesi dove si vota col proporzionale (Germania e Spagna in primis) esse non esistono, e che effettivamente in Italia esse hanno comportato la nascita di apparati clientelari parassitari che hanno solo nuociuto alle casse dello stato. Certo, esse esistono nelle elezioni locali, quindi bisogna stabilire se sono il male assoluto oppure no: di sicuro, nei paesi in cui esse non esistono non si ha per forza un deficit di democrazia. Se le preferenze sono diventate un cavallo di battaglia di molti, lo si deve in alcuni casi al fatto che questa battaglia è popolare (e quindi può essere usata per destabilizzare l'accordo tra Renzi e Berlusconi, ad esempio da parte della  minoranza PD che non fa riferimento al segretario), e lo è perché nel porcellum, in cui le liste bloccate erano molto lunghe, era difficile che l'elettore fosse informato sui primi in ogni lista (quelli che hanno maggiori possibilità di venire eletti). I collegi piccoli nascono per quello: teoricamente, è più facile che i candidati siano maggiormente conosciuti dagli elettori, a meno che ovviamente non siano paracadutati dall'alto. In ogni caso, le preferenze non sarebbero la mia priorità.
Va notato però che tale proposta di legge deve ancora essere approvata dal Senato, dove la maggioranza ha numeri più risicati: ogni modifica è quindi ancora possibile, e i contenuti di questo post vanno ritenuti validi fino a quando non ne subentrino alcune di esse.

martedì 11 marzo 2014

Obiezione di (in)coscienza

Citando la relativa voce su Wikipedia l'obiezione di coscienza è "il rifiuto di ottemperare a un dovere imposto dall'ordinamento giuridico, da parte di chi ritiene gli effetti che deriverebbero dall'ottemperanza contrari alle proprie convinzioni ideologiche, morali o religiose." Un esempio noto anche se non più attuale riguarda il servizio militare obbligatorio (ora sospeso in Italia): in questo caso era previsto che un singolo potesse rifiutarsi di adempiere a tale obbligo per le sue convinzioni pacifiste, con però il dovere di svolgere in alternativa un anno di servizio civile.
In questo post mi voglio occupare di un'altro tipo di obiezione: quella che può sollevare un medico nell'effettuare interventi di aborto.
Lo spunto mi viene da un articolo letto di recente nel quale si raccontava di una donna che voleva interrompere la propria gravidanza (procedura garantita dalla legge 194 del 1978), palleggiata tra un ospedale e l'altro in cerca di una struttura che non la respingesse perché pieno di soli obiettori di coscienza. La paziente ha poi subito altri episodi di malasanità, ma mi voglio soffermare sull'obiezione di coscienza.
La già citata legge 194 pone alcuni limiti: in particolare, all'articolo 9 stabilisce che gli ospedali "sono tenuti in ogni caso ad assicurare [...] l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti". In parole povere, non può esistere un ospedale che rifiuta una paziente perché non è dotato di medici non obiettori: anzi, qualora si realizzi questa circostanza, sempre l'articolo 9 stabilisce che "La regione ne controlla e garantisce l’attuazione [dell'interruzione volontaria di gravidanza] anche attraverso la mobilità del personale". In altri termini, se un ospedale si ritrova senza medici disposti a praticare l'aborto allora bisogna effettuare dei trasferimenti di personale per poter colmare questa lacuna.
Mappa dei medici obiettori di coscienza in Italia (Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/16/pochi-consultori-obiettori-in-aumento-e-scarsa-distribuzione-della-ru486-linchiesta/447768/)
Il guaio è che i medici obiettori di coscienza in Italia sono tantissimi, in media il 70%: in tutte le regioni italiane, con la sola eccezione della Valle d'Aosta, più del 50% si avvalgono di tale possibilità. Perché così tanti fanno questa scelta? Semplice: nelle strutture private convenzionate (in buona parte cattoliche, ossia gestiti da enti o istituti religiosi) un medico guadagna di più: perché quindi privarsi di un'allettante possibilità di carriera? Anzi, siamo al paradosso che spesso il medico comincia la propria carriera come non obiettore, perché così può entrare più facilmente in strutture che spesso ne sono prive, per poi diventarlo dopo qualche anno (possibilità prevista sempre dalla legge 194). L'effetto è quindi che un servizio che deve essere garantito per legge spesso nella realtà non lo è.
Fin qui si è parlato di legge e di disservizi. A questo punto però mi sorge una domanda brutale: ma è giusto consentire a un medico di rifiutarsi di praticare aborti? Io capisco che potesse avvalersene chi è diventato medico prima della legalizzazione dell'aborto in Italia: quando lui o lei ha cominciato la professione tale procedura non era prevista, e quindi l'aspirante dottore non si doveva porre questo problema. Ma ora? L'aborto è previsto, fa parte del mestiere, tant'è che in caso di emergenza anche un obiettore in teoria dovrebbe praticarlo. Inoltre, esistono le strutture cattoliche, in cui chi non vuole svolgere tale procedura può provare a fare carriera. A parer mio, essendo possibile a chi vuole fare il ginecologo evitare le interruzioni di gravidanza scegliendo strutture religiose, quelle pubbliche non dovrebbero prevedere l'obiezione di coscienza: vuoi lavorare nel pubblico? Allora non puoi scegliere di fare alcune cose altre no: devi fare tutte quelle previste dalla legge. Altrimenti, vai a lavorare nelle strutture religiose. Non è obbligatorio lavorare in un ospedale pubblico, e quindi non vedo perché chi fa tale scelta debba potersi rifiutare di praticare degli aborti.

Renzi e la (non) gestione del PD


È di ieri la notizia del bailamme in aula sugli emendamenti alla legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", legati alle quote di genere nelle candidature.
Non è mia intenzione parlare delle quote rosa, né dei vestiti bianchi indossati da molte parlamentari donna come atto dimostrativo (di cosa poi non lo so), né delle scomposte reazioni che alcune di loro, in maniera comprensibile o no, hanno avuto dopo i risultati delle votazioni in parlamento di oggi, di cui vi riporto un esempio indicativo qui sotto.
Con questo post voglio esprimere la mia preoccupazione su come Renzi (che oltre che premier è segretario del PD) ha gestito l'intera faccenda, o per meglio dire, di come se ne è fregato.
Nel vedere che almeno 200 parlamentari votano contro l'indicazione del governo presieduto dal proprio segretario, mi aspetterei una reazione preoccupata, seria, o comunque volta a cercare di far rientrare tali spaccature.
Invece, lo scout di Pontassieve (nel cui comune, per di più, ieri alle primarie per le comunali il candidato renziano ha perso, come in tanti altri comuni toscani, tu guarda a volte il destino) ha reagito come segue:
Il dato grave per Renzi oggi non dovrebbe essere che non sarà garantita l'alternanza di genere nelle liste (cosa che il PD ha per statuto, ma che è rispettata anche dal M5S e da SEL): il segretario dovrebbe preoccuparsi di vedere il suo partito andare allo sbando più totale su un tema importantissimo come la legge elettorale.
Faccio un appello a Renzi: ma vuoi davvero passare sopra tutto e tutti a costo di distruggere il partito senza il quale a quest'ora non saresti a Palazzo Chigi? Sei stato eletto segretario, non abbandonare il PD a se stesso, altrimenti davvero ci aspettano vent'anni di M5S o di Berlusconi, loro sì in alternanza garantita.

giovedì 6 marzo 2014

I film de "La spuma e lo spritz" - La grande bellezza

Il protagonista del film, Jep Gambardella (Toni Servillo)
La proiezione del film La grande bellezza su Canale 5, dopo la vittoria dell'oscar come miglior film straniero (in anticipo rispetto ai tempi normali di passaggio dal cinema alla TV generalista, ma d'altronde il produttore del film, Medusa, è anch'esso di proprietà di Berlusconi) mi offre l'occasione di inaugurare l'ennesima nuova rubrica di questo blog, dedicata al mondo del cinema. E in effetti, quale miglior inizio che parlare di un film che dopo aver ricevuto molti riconoscimenti ha riportato in Italia un oscar, dopo il trionfo del 1999 con La vita è bella di Benigni?
Protagonista del film è Jep Gambardella, interpretato dall'attore preferito del regista Paolo Sorrentino (almeno a giudicare dal numero di suoi film in cui egli è protagonista: 3 su 6), ossia Toni Servillo. Jep è un giornalista di costume con un solo libro all'attivo risalente alla sua gioventù, divenuto uno dei personaggi più importanti della mondanità della capitale romana pur provenendo dalla provincia. E il suo mondo, infatti, è pieno di personaggi di un'alta borghesia assai sfaccendata che si alterna tra una festa e l'altra: cinematograficamente magistrale tra l'altro la prima scena girata in una festa sulla terrazza del protagonista, soprattutto per la difficoltà di realizzazione e di trasmissione al pubblico che una situazione del genere ha, almeno così dice il compagno Smarmello che di queste cose dovrebbe intendersene.
Il protagonista comincia un percorso di rivisitazione della sua vita quando viene a sapere che il suo primo grande amore, Elisa, è morto. Alcuni dei suoi compagni di mondanità hanno una simile trasformazione profonda della loro vita: chi abbandonando Roma dopo essere riuscito ad avere dal bel mondo quel riconoscimento artistico che gli è mancato per tutta la vita, chi distaccandosi dalla mondanità dopo aver sempre sostenuto la parte dell'intellettuale impegnato, altri donando tutti i suoi beni alla Chiesa e dedicandosi ai poveri. Tutti costoro rappresentano quel sottobosco artistico-culturale che popola una certa mondanità, che nella ricerca di un senso per la propria vita si costruiscono un personaggio che vorrebbe essere totalmente distante dal vuoto dell'alta società che lo circonda ma in realtà ne è parte integrante. L'unico ad accettare il nulla di tale mondo è proprio Gambardella, che eleva l'appartenenza ad esso a una vera e propria arte, come si intuisce dalla scena del funerale del figlio di una sua amica, pur rimanendo sempre consapevole che appunto, tutto ciò non ha senso.
La "Santa", l'antitesi di Gambardella nel film (Giusi Merli)
Parte del percorso di Jep però non è accompagnata da questi personaggi, ma da una donna, Ramona che a quarantadue anni fa ancora la spogliarellista, interpretata da Sabrina Ferilli e con un accento romano volutamente marcato, a sottolineare la sua lontananza dal bel mondo. Questa donna un po' provinciale, come in fondo era agli inizi Jep Gambardella, lo accompagna fino alla sua morte improvvisa dovuta a un mare incurabile non meglio chiarito, e aiuta a capire come si concluderà il percorso di Jep. La rivelazione finale però accadrà con il confronto di un personaggio che richiama chiaramente alla figura di Madre Teresa di Calcutta: è la "Santa", una religiosa che ha dedicato tutta la sua vita all'aiuto dei poveri e che costituisce per un certo senso l'antitesi di Jep e che però, proprio come nella migliore dialettica hegeliana, gli permette di giungere a una sintesi finale, che altro non è che il trovare quella bellezza e quel senso che gli possa far scrivere un altro libro, desiderio che Gambardella manifesta da dopo la morte di Elisa. Tra l'altro, questo personaggio enfatizza il degrado della Chiesa Romana rappresentata nel film da un cardinale più esperto di cibo che di cura spirituale delle anime.
E dove si trova la bellezza, in un mondo così degradato e privo di senso come quello mostrato nel film? La bellezza, si trova proprio nascosta e sepolta dal bruttume, dal chiacchiericcio, e comunque riesce ad apparire in alcuni sprazzi che brillano di più proprio in contrasto al dominante squallore, ma non solo: proprio nel finale, come afferma la "Santa", Jep scoprirà che per trovare la bellezza dovrà tornare alle sue radici, come accade in un'apparizione (o epifania, direbbero quelli che parlano bene) sul luogo del suo primo incontro con Elisa, dove rivive la scena e scopre la bellezza nella semplicità, in opposizione al grandioso mondo della capitale in cui ha vissuto per tutta la vita. Il messaggio effettivamente non è dei più originali, ma a volte le cose più semplici e banali sono rivoluzionarie.
Uno dei meravigliosi scorci nel film: Castel Sant'Angelo
E tuttavia, pur raffigurando Sorrentino Roma e il suo mondo con grande distacco, quando non addirittura cinismo, non si può non rimanere abbagliati dalla sua bellezza e da come viene mostrata, proprio con sprazzi in mezzo allo squallore del bel mondo che, essendo economicamente ricco, è a contatto ogni giorno con tali meraviglie. Il film per questo è stato paragonato più volte con La dolce vita di Fellini (tra l'altro vincitore anch'esso di un oscar) anche se, come sottolineò su La Stampa Alessandra Levantesi Kezich, le due Rome non si somigliano minimamente: infatti

La grande bellezza sta a La dolce Vita come la Via Veneto di oggi sta alla Via Veneto del 1959. Adesso è solo una strada di hotel di lusso dove è vano ricercare il clima notturno di un tempo: i caffè affollati di artisti e intellettuali, le scorribande di divi e fotografi, i night-club frequentati da una variegata fauna di nobili, perdigiorno e letterati.

Ci tengo però a sottolineare che secondo me, a differenza di quanto scritto da molti, questo film non vuole o non può essere una rappresentazione dell'Italia attuale, se non altro perché ne rappresenta una piccolissima parte. Eppure non si può pensare che se, chi fa parte della cosiddetta classe dirigente è così degradato, il resto di noi non può stare benissimo.
Ultima nota per la musica, che nei due film che ho visto di Sorrentino gioca un ruolo fondamentale: qui aiuta a scandire quel ritmo lentissimo, a volte privo di struttura e sconclusionato, con cui si susseguono le scene del film, proprio a sottolineare l'immobilità e l'eterno ripetersi dei rituali del mondo di cui Gambardella fa parte.
In sintesi, è un film che per la bellezza di certi scorci di Roma che riesce a offrire, per il distacco con cui riesce a ricostruire un certo spaccato di società e a demolire l'autoreferenzialità di certa cultura, ma soprattutto per l'evidente maestria con cui esso è girato, non può non essere visto.
P.S.: questo film, per gli amanti di Boris che popolano questo blog, è popolato da personaggi di Boris, pur con piccoli ruoli.
Il primo è il padre di Ramona, che ricordiamo come il nonno giovanile


e il maestro Serpentieri, qui in una scena stupenda,


oltre ovviamente al regista Sorrentino, anch'egli apparso in questa meravigliosa serie.


domenica 2 marzo 2014

Le manifestazioni in Svizzera

Ieri pomeriggio io, Smarmello, Santa Maria e Spessotto siamo andati alla manifestazione promossa da diversi partiti di sinistra (svizzeri e non), sindacati e associazioni di stranieri per mostrare la loro voglia di una Svizzera più aperta e solidale (qui la versione in francese). Come potete notare, solo il nostro Zurota era assente tra noi blogger, causa il suo edonismo che gli fa preferire il bere nel suo corso di sommelier ad una nobile causa. Comunque, non scrivo per rimproverare il nostro amico blogger per la sua assenza, né per fare pubblicità a una giusta causa (anche se la meriterebbe), né per fare polemiche su come probabilmente uno dei motivi per cui il referendum populista e razzista della SVP sia potuto passare è anche l'inerzia di molti di questi partecipanti nel fare una campagna efficace contro di esso.
Questo post nasce per un motivo: condividere alcune osservazioni sulle manifestazioni in terra elvetica, anche con un confronto con quelle italiane.

Una manifestazione, tre lingue diverse
Come molti di voi sapranno, la Svizzera è un paese con quattro lingue ufficiali, pur essendo una di esse (il romancio), difficilmente usata a livello nazionale (con alcune eccezioni: le banconote, ad esempio). Ebbene, questa cosa ha fatto sì che sul palco si alternassero organizzatori e interventi in svizzero tedesco (che non è lingua ufficiale ma è comunque usato nella comunicazione quotidiana), francese e italiano. La prima cosa che mi è passata in testa? Un conto era sentire i latini, un conto i germanici, che ogni tanto avevano la carica emotiva di un pesce rosso.

Il corteo, questo sconosciuto
In Italia ho partecipato a diverse manifestazioni, tutte comprendenti un corteo che si snodava lungo un certo percorso prima di convergere tutti assieme nel luogo della manifestazione. Qui in Svizzera, per non creare troppi problemi al traffico probabilmente, i cortei non sono mai autorizzati. Ieri ce ne è stato uno, che comprendeva al massimo un migliaio di persone, ed essendo non autorizzato era seguito da tanti elementi delle forze dell'ordine, anche se probabilmente il corteo era un semplice trasferimento tra la stazione dei bus e la piazza.

Tutto in Svizzera è più piccolo
Dimenticatevi le adunate alla Piazza San Giovanni a Roma: in un paese con 8 milioni di abitanti è difficile pensare che il 25% della popolazione si sposti per una manifestazione. Ma anche facendo le debite proporzioni, non si raggiungono numeri paragonabili a quelli italici: la manifestazione di ieri ha avuto 12,000 partecipanti, cifra ridicola per chi non conosce la politica Svizzera ma che è rilevante per il panorama elvetico. Insomma, qui è tutto fatto più in piccolo (tant'è che nella Svizzera tedesca il diminutivo è usatissimo nelle parole).



Mi raccomando, lasciate tutto come lo avete trovato.



Questa è la cosa che mi ha colpito più di tutte: finita la manifestazione, alcuni partecipanti (me compreso, come potrete vedere dalle foto dell'album qui pubblicato) si sono armati di scopa di saggina, sacchi dell'immondizia e palette per raccogliere ogni rifiuto lasciato dai manifestanti. Finora avevo visto fare questa cosa solo dagli Alpini durante i loro raduni, ma poi ho scoperto che qui è considerato normale: o pulisci tu, oppure agli organizzatori della manifestazione vengono addebitati i costi della pulizia, poiché si dice che è ingiusto che tali spese debbano essere addebitati alla collettività, e quindi anche a chi non è d'accordo coi manifestanti. Questo sì che è svizzero, infatti per un momento mi sentivo quasi in un altro paese, ma poi per fortuna mi hanno ricordato di essere nella terra di Guglielmo Tell e... Mi sono messo a pulire.

Un pizzico di disorganizzazione in questa perfezione
Ebbene sì: anche in Svizzera c'è il traffico. Uno dei due gruppi che doveva suonare per la manifestazione non è riuscito ad arrivare causa ingorgo. Ogni tanto davvero tutto il mondo è paese...