Qualche giorno fa mi ero stupito nel leggere i giornali che dicevano "Nel patto tra Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord si ripristina l'immunità parlamentare anche per i Senatori".
A leggere così, o almeno a guardare come molti hanno presentato la questione, sembra una cosa pessima: l'immunità parlamentare come termine richiama sempre brutte cose da Prima Repubblica, ossia il fatto che anche in caso di sentenza definitiva il parlamentare non può essere arrestato se non vi è l'autorizzazione della sua Camera di appartenenza, anche in caso di sentenza definitiva di condanna.
Questo concetto, che era contenuto nell'art. 68 della Costituzione, è stato rimosso proprio dopo gli scandali di Tangentopoli, modificando il sopra citato articolo in modo tale che in caso di sentenza definitiva l'arresto sia automatico. Restavano (e restano a tutt'oggi) invece le prerogative riguardo alle perquisizioni e alle intercettazioni o alla possibilità di essere arrestati prima della sentenza definitiva (entrambe le eventualità richiedono prima l'approvazione della Camera di appartenenza del parlamentare) e la non perseguibilità dei giudizi espressi in aula: se durante un discorso in aula un deputato, ad esempio, dà del ladro ad un'altra persona, questo atto è magari disdicevole ma non querelabile.
Il disegno di riforma costituzionale del Governo, nella sua forma originaria presentata al Senato, prevede che quest'ultimo sia non elettivo e quindi che le prerogative sopra citate decadano per i suoi membri. Vari emendamenti, presentati da membri di un po' tutti i partiti, quindi PD, Fortza Italia, Lega Nord, ma anche M5S (si veda ad esempio il 6.5), chiedono invece che le attuali differenze tra parlamentari e comuni cittadini rimangano in vigore anche per i nuovi senatori.
Ora, il mio punto non è esprimere un giudizio su cosa sia meglio tra queste due prospettive, ma sollevare una questione: perché tali modifiche sono state presentate come una reintroduzione dell'impossibilità di arrestare un parlamentare, salvo approvazione dei suoi colleghi, come nel video qui mostrato?
Mi chiedo per quale motivo anche Di Maio del M5S in un suo post su Facebook recita Ma in realtà non si sta mettendo in discussione alcun privilegio della classe politica. Anzi si rafforzano. Quei privilegi che hanno fatto sentire intoccabili i politici italiani negli ultimi 30 anni Non si rafforza proprio niente, visto che gli emendamenti attuali o lasciano la situazione invariata (quelli presentati da membri di PD, FI, M5S) o la modificano togliendo prerogative ai senatori (testo originale del governo). Per di più, sempre Di Maio cita un'intervista in cui la Finocchiaro afferma che al governo erano già stati mostrati gli emendamenti PD sull'immunità parlamentare (che tendono a lasciare la situazione così com'è, ripeto): egli usa tale affermazione per dire invece che il PD vuole ripristinare la situazione pre-tangentopoli. Perché? C'è da dire che alcuni emendamenti leghisti (quelli che una volta erano duri e puri) vanno in tal senso, ma da quanto ho visto nella lista di tutti gli emendamenti non ve ne è uno presentato da membri PD che abbia lo stesso scopo: perché quindi coinvolgere quest'ultimo partito quando tale errore è stato fatto da altri? Ma lasciamo stare i politici, che magari certi "errori" li fanno per ragioni di propaganda politica (e succede da ogni parte, PD compreso): perché i giornalisti hanno presentato la faccenda come un peggioramento quando solo un partito (per di più non dei tre maggiori) fa una richiesta in tal senso? Bastava fare le ricerche che ho fatto io, che mi sono costate circa 30 minuti della mia vita: un giornalista ciò dovrebbe farlo per lavoro. Ci sono caduti tantissimi: Repubblica (come dimostra il video qui sopra), Fatto Quotidiano (in realtà poi nel link Zampa e Civati dicono più o meno le mie stesse parole, ma il titolo dell'articolo fa pensare ad altro), il Corriere della Sera (citando proprio le parole di Di Maio), e temo che l'elenco sia ancora più lungo. Lodevole eccezione è invece il Post, che spiega probabilmente meglio di me il concetto. Se chi fa il giornalista di lavoro commette certi errori, come ci si può aspettare che le persone (che spesso non hanno la capacità di informarsi correttamente) si formino un'opinione basata su fatti corretti e non su castronerie?
Ebbene sì, questo blog non si premura di cercare sempre argomenti originali, non discussi dagli altri o alternativi: ogni tanto anche a me tocca rimestare nel torbido. Voglio parlare della conferenza stampa tenuta da Renzi mercoledì 12 marzo scorso per presentare le prossime misure che il suo governo ha intenzione di prendere. Per chi se la fosse persa e non volesse privarsi di questo piacere (c'è a chi piace il genere), ecco il video integrale.
Se invece vi fidate di me e della mia capacità di discernimento, ecco la mia analisi.
La qualità tecnica dello streaming
Un fotogramma ad alta definizione dello streaming della conferenza stampa
Non è la prima volta purtroppo che la politica prova a fare la moderna ma poi si perde in questioni tecniche: l'incontro di Bersani con i pentastellati, quello speculare di Renzi, le direzioni PD o le riunioni M5S... Hanno tutti in comune una ridotta qualità tecnica: una bassissima risoluzione, una regia abile come quella dello zio matto che riprende la prima comunione del nipote e un audio che a confronto Armstrong dalla luna si sentiva meglio. Ora, non dico che voglio il full HD (come quando ero al Politecnico a Zurigo e sulla loro intranet si trasmettevano le partite dei Mondiali in HD, roba che col proiettore riuscivo a contare ogni singolo filo d'erba), ma almeno un po' d'impegno... Anche Renzi poi ha commesso qualche errore imperdonabile da questo punto di vista: i gesti con i quali batteva sul podio scandendo ritmicamente il suo discorso risultavano alla fine più sgradevoli che utili.
La comunicazione visuale-iconica e l'uso delle figure retoriche
Da molti Renzi è stato irriso per la scelta della presentazione in powerpoint per illustrare i prossimi provvedimenti del governo, un po' come un venditore in una convention aziendale. Pur se ispirato da Obama nella scelta del mezzo, l'impressione finale è molto differente: tanto istituzionale e preciso il presidente americano quanto a tratti piacione e piazzista il secondo. Chi però fa questa osservazione dovrebbe ricordarsi del contesto differente: se Obama parlava al congresso statunitense, quindi in una delle massime sedi istituzionali del suo paese, Renzi era sì a Palazzo Chigi, ma aveva come destinatario il grande pubblico. E qui non posso non citare Zurota, che sul suo blog personale ha ricordato quale sia il fottuto campo di giuoco: in un paese dove più del 70% degli italiani non ha le competenze per leggere un articolo di giornale bisogna adottare uno stile che possa raggiungere anche costoro. Letta, con il suo bel programma Impegno Italia soddisferà quelli come me, che hanno uno stile cognitivo verbale, ossia apprendono meglio contenuti incentrati sulla parola, sia essa in forma di testo scritto o orale. Ma come ben sanno gli insegnanti, una larga parte della popolazione ha un altro stile, basato sull'immagine o al massimo sul testo breve, tipo i 140 caratteri di Twitter. Una comunicazione che adotta questo stile è pertanto destinata ad essere vincente, specie in quella parte molto mobile di elettorato che si informa di meno e che, non abituata ad una fruizione intensa di contenuti, ha bisogno di queste modalità. In fondo i dipinti nelle chiese con le scene sacre o le vite dei santi erano il modo dell'epoca per insegnare a una massa di fedeli analfabeti la dottrina cristiana: e la Chiesa dura da duemila anni...
Renzi e la slide del carrello della spesa
La comunicazione per immagini inoltre rimane spesso impressa ad un livello inconscio, più profondo e quindi è più facilmente destinata a durare nel tempo. L'apoteosi di tutto ciò è la slide, da tanti derisa, del carrello della spesa: Renzi l'ha lasciata per diversi minuti, sapendo che sarebbe risultata molto forte. Promettere 80 euro in più al mese significa fornire un dato significativo, ma che non colpisce come un'immagine immediatamente associata al benessere come un carrello della spesa pieno. Non so quanto volontariamente, poi, ma Renzi nel suo discorso fa spesso uso di figure retoriche (ossia accorgimenti tecnici del discorso) che aiutano sia a memorizzare più facilmente ciò che si vuole dire sia a renderlo maggiormente interiorizzabile per il pubblico. Si pensi ad esempio a questo celeberrimo passo della Divina Commedia:
Per me si va ne la città dolente Per me si va ne l'etterno dolore Per me si va tra la perduta gente
La ripetizione continua di un certo blocco di discorso (Il "Per me si va") è detta anafora, ed effettivamente consente di memorizzare facilmente questa strofa che moltissimi si ricordano, pur senza sapere dove fosse collocata. Renzi ripete spesso le parole "fare" e "svolta", ad esempio, un po' come un mantra, si direbbe oggi, ma non facendo altro che applicare questa tecnica. Un'altra figura retorica molto utilizzata da Renzi è il chiasmo, ossia la creazione di un incrocio immaginario tra coppie di parole. Un esempio ben noto è il motto dei moschettieri Uno per tutti / Tutti per uno: si noti come la posizione di "Uno" e "Tutti" si inverte tra i due blocchi. Renzi ne fa un uso a volte eccessivo, quasi da supercazzola (tipo "Viva l'Italia viva"), ma se da un lato può far ridere, dall'altro attira l'attenzione, fa presa: e quindi raggiunge il suo scopo.
Il messaggio politico sono io
Si è spesso parlato di Renzi come di un piccolo Berlusconi. Qui voglio confermare almeno parzialmente questa tesi, con un elemento però che fa parte della politica moderna e che Berlusconi ha adottato e importato in Italia: l'identificazione tra leader e proposta politica. La metto in termini semplici: chi vota i partiti di centro-destra nella stragrande maggioranza dei casi non vota un programma, vota Berlusconi.Renzi fa proprio questo elemento tipico della politica americana, dove ciò è una necessità poiché i partiti sono poco radicati nella comunità e quindi hanno bisogno di un forte elemento catalizzatore come un leader per raccogliere consenso in occasione degli appuntamenti elettorali; tale fenomeno però è sempre più forte anche in Europa (Cameron in Gran Bretagna, Zapatero in Spagna), e in Italia, dove la crisi dei partiti è forte, è quasi inevitabile. Renzi dice continuamente frasi tipo "Ci metto la faccia" su alcuni provvedimenti, a significare che essi sono importanti esclusivamente perché sono quelli che maggiormente si identificano con la sua figura. Piaccia o no, questa è una tendenza sempre maggiore nel nostro paese, dove la frase "Io voglio votare la persona" è sempre più diffusa.
Le criticità
Attenzione: non è tutt'oro quello che luccica
Tecnicamente si può osservare che la maggior parte delle proposte di Renzi hanno una copertura non ben definita: dove li trova i soldi per tutte le sue iniziative? Su questa cosa non è stato chiaro, ma non mi sarei aspettato altro: la conferenza stampa poco si presta a un resoconto dettagliato di tutte le voci di bilancio, e non si può pretendere altro. Più problematica invece è la questione sulle forme con cui le proposte dovranno diventare leggi: se da un lato è positivo il fatto che si faccia più ricorso a disegni di legge (proposte presentate in parlamento da modificare, approvare o respingere) che a decreti legge (atti normativi del governo per cui il parlamento ha 90 giorni per scegliere di convertirli in legge normale o no), offrendo quindi tempo per la discussione, dall'altro si danno molti modi agli oppositori di Renzi per perdere tempo o snaturare le sue proposte. Non quindi il fare serrato e a tratti nevrotico che si vuole raffigurare, anche se sono ancora possibili espedienti per troncare la discussione parlamentare, come la questione di fiducia, per cui o si approva la legge o cade il governo. Se per molte cose dovremo aspettare il vero e proprio documento di programmazione economica e finanziaria, quest'ultimo però, guardando quei pochi atti normativi già presentati, potrebbe non promettere nulla di buono: il mio politologo friulano di fiducia in suo post ha mostrato come la proposta di riforma costituzionale sia assolutamente frammentaria e raffazzonata, e per lo più presentata in un pacchetto "prendere o lasciare". Vedo però un'altra grossa criticità. La politica ha un duplice scopo: l'elaborazione e la diffusione di proposte e la raccolta di consenso attorno ad esse. Renzi ha il merito di ricordarsi di quanto sia importante il secondo, da raggiungere anche attraverso l'uso di tecniche di marketing. Fin qui tutto bene: però il problema è il primo obiettivo da me menzionato. A mio parere la proposta politica renziana è a tratti frammentaria, per di più ispirata a teorie da sinistra liberista che andavano tanto di moda negli anni '90, che hanno creato gli elementi che hanno poi contribuito alla drammaticità della crisi (la deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, ad esempio). Renzi prende sì alcuni elementi da sinistra più socialista (ad esempio, la promessa di taglio dell'IRPEF con aumento del salario netto per i lavoratori dipendenti), ma altri non lo sono: non mi piace ad esempio l'identificazione della pubblica amministrazione o del fisco come nemici. Questa è un'esagerazione nel tentativo di raccogliere entusiasmo, che poco ha a che fare però con quella che secondo me è una priorità che la sinistra del terzo millennio deve avere, ossia la ricostruzione dello stato dopo la sua delegittimazione operata dalla destra in nome del mercato. Ma soprattutto, non c'è quell'opera di elementarizzazione, ossia di riformulazione della propria proposta in termini sì più semplici ma comunque non semplicistici, e che quindi non perdono per strada il significato originario più complesso. Il problema però è che al momento una proposta di sinistra alternativa non c'è (Renzi sta vincendo sulle macerie), né esiste la sensibilità, da parte di chi ci prova a farla, a catalizzare un consenso ampio, anche sporcandosi le mani con trucchetti da venditore, e facendo da tramite tra la complessità della realtà e l'esigenza di immediatezza dell'elettore: basta pensare che l'avversario di Renzi alle primarie era Cuperlo, figura rispettabilissima ma evidentemente a disagio nel ruolo di leader politico e incomprensibile ai più quando parlava. Rimaniamo perciò con l'alternativa di un leader che si preoccupa tantissimo della seconda gamba della politica (il consenso) ma fallisce nella prima, nella costruzione di una proposta basata su una chiara visione della società, e con essa coerente, e nella sua trasmissione il più possibile fedele, per quanto resa semplice, ai cittadini. Certo, qualche frammento di ciò non manca, ma non vedo quella che i filosofi chiamerebbero narrazione, ossia un impianto ideologico che spieghi il mondo che ci circonda e che riesca ad essere applicato in diversi ambiti, ottenendo quella che Gramsci chiamava "egemonia culturale". In fondo, la cultura di destra del mercato ha fatto sua questa lezione, riuscendo a dominare in economia, nell'istruzione, nella legislazione del lavoro, nella cultura. A quando una proposta di sinistra che recuperi questo concetto di uno dei suoi padri nobili offrendo un'alternativa radicale a quanto visto negli ultimi 30 anni?
L'italicum è unicum? In memoria delle sere a casa con il co-blogger "Dalla parte di Spessotto"
Il 12 marzo 2014 la Camera ha approvato la nuova proposta di legge elettorale, chiamata sui giornali italicum, la quale, se pur con piccole modifiche, è essenzialmente la stessa scaturita dall'accordo tra PD e Forza Italia, plasticamente rappresentato dall'incontro tra i loro leader, Renzi e Berlusconi, nella sede del PD al Nazareno.
In estrema sintesi, è un modello spagnolo modificato con innesti francesi (per il doppio turno), premio di maggioranza e soglie di sbarramento nazionali. Questo post è dedicato a chi non ha capito un tubo di quest'ultima frase, ritenendola assimilabile ad una proverbiale supercazzola.
Avviso quindi che in queste righe manterrò un tono volutamente didascalico, che potrebbe sembrare noioso per chi ha una qualche familiarità con tali questioni tecniche, risultando perciò in un testo lungo. Se volete cercare un colpevole, quanto sto per scrivere nasce dalle numerose domande fattemi dalla mia amica Eleonora, ed è rivolto proprio a chi come lei ha interesse nella politica ma non ha perso ore a seguire il dibattito sul migliore dei sistemi elettorali possibili.
Analizzerò alcune parole utilizzate nella mia descrizione dell'italicum, ossia:
Modello spagnolo
Premio di maggioranza
Doppio turno
Soglie di sbarramento
Infine, riepilogherò alcune delle criticità che possono emergere da questa legge e menzionerò brevemente le polemiche che ne hanno maggiormente accompagnato la discussione.
Modello spagnolo
No, non parlo di questo modello spagnolo
Il modello elettorale vigente in Spagna si basa su collegi piccoli, ossia ripartizioni territoriali di ridotta estensione territoriale, in ciascuno dei quali vengono eletti su base proporzionale un ridotto numero di parlamentari.
Il meccanismo proporzionale è in linea di massima molto semplice: a ciascun partito vengono assegnati un numero di eletti corrispondente alla percentuale di voti ottenuta. Ad esempio, in un collegio che assegna 10 elettori, un partito che riceve il 30% dei voti otterrà grosso modo 3 eletti.
Come nel sistema spagnolo, le liste dei parlamentari sono bloccate, e quindi non è possibile esprimere una o più preferenze sui candidati che si vogliono votare. L'ordine di comparizione nelle liste determina perciò chi verrà eletto: per il sopra citato partito dal 30%, accederanno al parlamento i primi 3 della lista da esso presentato.
Premio di maggioranza
Un premio che questo blog non vincerà mai
Per come è formulato, un modello elettorale proporzionale garantisce la maggioranza solo a quei partiti o a quelle coalizioni che conseguono una percentuale di voti prossima al 50% (quanto vicina dipende dalla soglia di sbarramento, di cui parleremo dopo). Una tale situazione è di difficile realizzazione, soprattutto nell'Italia di oggi, caratterizzata da tre partiti principali, ma non molto grossi. L'Italicum perciò prevede un premio di maggioranza per il partito o la coalizione (quindi queste devono essere dichiarate prima del voto) che ha raggiunto il maggior numero di voti, ma non la maggioranza dei seggi. Esso consiste nell'assegnazione di un numero di seggi ulteriore, sufficiente a raggiungere la maggioranza in parlamento: l'unica condizione è che il partito o la coalizione in questione devono aver raggiunto almeno il 37% dei voti a livello nazionale. Cosa succede nel caso in cui questa percentuale non sia raggiunta da nessuno?
Doppio turno
Prima o poi viene il proprio turno, basta aspettare
La soluzione escogitata dall'Italicum in questo caso è il doppio turno, praticamente simile al ballottaggio in vigore nelle elezioni comunali e già adottato in Francia per le elezioni nazionali. L'idea è che, nel caso in cui nessuno raggiunga il 37% dei voti, le due coalizioni (o i due partiti) che hanno ottenuto più voti si confrontano in un secondo turno elettorale ad esse riservato e in cui l'elettore deve decidere a chi va assegnato il premio di maggioranza. A differenza di quanto accade in Francia e nelle elezioni comunali italiane, non è possibile per le liste escluse dal ballottaggio associarsi a una delle due a esso ammesse, e quindi le coalizioni non possono essere modificate tra un turno e l'altro. Ma chi può accedere alla ripartizione dei seggi?
Soglia di sbarramento
Certi sbarramenti raggiungono sicuramente consensi bipartisan
Una soglia di sbarramento è una percentuale al di sotto della quale un partito o una coalizione non hanno diritto a partecipare alla ripartizione dei seggi. Nel caso visto sopra, in cui un collegio assegna dieci seggi, una lista, per poter ottenere almeno un seggio, deve conseguire circa il 10% dei voti. In generale, se un collegio assegna N seggi, l'Italicum determina una soglia implicita (in quanto non definita esplicitamente) per quel collegio pari a 1/N. Più piccolo è un collegio, quindi, maggiore è tale soglia di sbarramento. Per questo in Spagna, dove essi sono molto piccoli (e quindi assegnano pochi seggi), tale meccanismo penalizza i partiti minori, rendendo per loro quasi impossibile l'accesso al parlamento. Nell'Italicum, oltre a questa soglia implicita derivante dal meccanismo dei collegi piccoli, si definiscono altre tre quote da raggiungere, definite a livello nazionale:
Il 12% per le coalizioni
L'8% per i partiti singoli che non si presentano in una coalizione (ad esempio, il Movimento 5 Stelle)
Il 4.5% per i partiti in una coalizione.
In questo modo, un partito forte in alcune zone d'Italia ma debole a livello nazionale, come la Lega Nord, difficilmente può entrare in Parlamento. Per quest'ultima si era pensato a un comma ad hoc, in modo da consentirle di eleggere dai rappresentanti, ma poi nei lavori parlamentari esso non è stato incluso, e quindi la versione uscita oggi dalla Camera non lo contempla. Vi è tuttavia una soglia del 20% riservata esclusivamente ai movimenti che rappresentano le minoranze linguistiche e calcolata sui collegi in cui queste ultime si presentano (ad esempio, la SVP della minoranza tedesca in Alto-Adige), per preservare il loro riconosciuto diritto di rappresentanza.
Alcune criticità di questa legge non sufficientemente emerse
Un buon esempio di rapporto tra piccoli e grandi
I possibili problemi che io (e anche altri, pur senza raggiungere il clamore riservato alle quote rosa o delle liste bloccate) ho osservato in questa legge sono quasi tutti legati a quanto il Parlamento che risulterebbe da una tale legge sia rappresentativo dei voti dei cittadini, in particolare nella riproduzione delle proporzioni fra partiti "grandi" (PD, Forza Italia, M5S) e piccoli (NCD, SEL etc.).
Si consideri il più semplice: le soglie di sbarramento nazionale. Per come sono formulate, nessun partito, con l'eccezione di PD, PDL e M5S, può presentarsi da solo alle elezioni, cosa che risulta particolarmente sgradita a SEL, i cui rapporti col PD, dopo quanto è successo in seguito alle ultime votazioni, non sono affatto idilliaci a livello nazionale. I piccoli sono quindi "forzati" a cercare di coalizzarsi con i più grandi, senza per questo guadagnare la quasi certezza di riuscire a nominare dei propri rappresentanti: secondo gli ultimi sondaggi, a parte i tre partiti maggiori, gli altri non sono per niente sicuri di raggiungere il 4.5%. Ciò è facilmente aggirabile se i piccoli partiti si aggregano in contenitori pensati apposta per le elezioni, ma queste operazioni non sempre hanno successo (vedere cosa è successo nelle ultime elezioni a Rivoluzione Civile).
Inoltre, i partiti che non superano la soglia elettorale partecipano comunque al conseguimento del premio della maggioranza alla loro coalizione, con risultati potenzialmente paradossali.
Facciamo un esempio realistico di risultati elettorali:
- PD 31.5% + SEL 4% + Altri di CSX 1% = 36.5%
- Forza Italia 25% + NCD 3% + Lega 3.5% + Fratelli d'Italia 3% + UDC 2% + altri CDX = 1% = 37.5%
- M5S 22%
- Altri 4%
Per come è formulato l'Italicum, alla Camera si avrebbero 3 partiti: Forza Italia con 340 seggi, il PD 163 e il M5S 113. Da questo conteggio vengono esclusi i seggi della Valle d'Aosta e dell'Alto-Adige (che sono assegnati con una legge diversa) e quelli riservati ai rappresentanti degli italiani all'estero. In una situazione del genere, che non è così impossibile, il PD, pur essendo largamente il primo partito, ottiene quasi la metà dei seggi di Forza Italia, grazie ai tanti partitini che sono coalizzati con lei, che però non ottengono alcun seggio. Questo, assieme alla tendenza del CSX ad ottenere peggiori risultati quando si vota con il metodo proporzionale (come evidenziato da marckuck in un suo post), contribuisce alla mia incredulità su come Renzi possa aver accettato questo compromesso.
Sempre riguardo l'assegnazione di un premio di maggioranza a una coalizione, quest'ultimo non costituisce un vincolo per i suoi partiti a mantenersi uniti per tutta la legislatura: si pensi al fatto che il PD alle ultime elezioni alla Camera ha ottenuto quasi il 50% dei seggi pur con il 25% dei voti, in quanto alleato con SEL in una coalizione che ha conseguito il premio di maggioranza, e tuttavia questi due partiti non governano assieme A livello locale questo vincolo è dato dal fatto che se decade il sindaco o il presidente di regione si deve tornare a votare, ma in questi casi essi sono direttamente eletti dagli elettori, cosa non valida per il premier (e se si vuole ciò, bisogna modificare la costituzione, procedura dai tempi lunghi).
Infine, il fatto che il Senato (in prospettiva da rendere non più elettivo ma composto da membri delle istituzioni locali) sia per ora, in attesa di una sua riforma, eletto con un proporzionale puro (quello emerso dalle modifiche della Consulta al Porcellum), fa in modo che fino a quando non viene cambiata la parte della Costituzione che parla del Senato (cosa che richiede almeno un anno) ogni elezione non porterà ad una maggioranza al Senato che non sia nel quadro delle larghe intese. Renzi vuole usare ciò per incentivare i piccoli partiti che appoggiano il suo governo a non andare subito alle elezioni, ma quest'arma potrebbe ritorcersi contro di lui.
Quote rosa e preferenze
Anche le parlamentari possono andare in bianco
Più risalto sui mezzi d'informazione hanno invece ottenuto le questioni relative alla parità di genere nella rappresentanza parlamentare e alle preferenze. Sono stati infatti bocciati gli emendamenti che tendevano a forzare i partiti ad alternare un uomo e una donna nelle liste e a scegliere un pari numero di capilista uomini e donne, così come non sono state approvate quelle proposte di modifica che volevano introdurre la possibilità per l'elettore di indicare la preferenza per un singolo candidato o per due candidati, uno di sesso maschile e l'altro femminile.
Sulle quote rosa mi limito a dire che in un mondo perfetto esse non servirebbero, ma in un paese come il nostro, in cui esiste un soffitto di vetro che ancora oggi non consente alle donne di occupare posti di rilievo, se non in minima parte, bisogna contemplare una legge che garantisca la parità di rappresentanza per i generi. Quando poi, con questo meccanismo, donne e uomini occuperanno in quota simile degli incarichi importanti, allora si potrà pensare di rimuovere tale forzatura.
Sulle preferenze, infine, devo osservare che in molti altri paesi dove si vota col proporzionale (Germania e Spagna in primis) esse non esistono, e che effettivamente in Italia esse hanno comportato la nascita di apparati clientelari parassitari che hanno solo nuociuto alle casse dello stato. Certo, esse esistono nelle elezioni locali, quindi bisogna stabilire se sono il male assoluto oppure no: di sicuro, nei paesi in cui esse non esistono non si ha per forza un deficit di democrazia. Se le preferenze sono diventate un cavallo di battaglia di molti, lo si deve in alcuni casi al fatto che questa battaglia è popolare (e quindi può essere usata per destabilizzare l'accordo tra Renzi e Berlusconi, ad esempio da parte della minoranza PD che non fa riferimento al segretario), e lo è perché nel porcellum, in cui le liste bloccate erano molto lunghe, era difficile che l'elettore fosse informato sui primi in ogni lista (quelli che hanno maggiori possibilità di venire eletti). I collegi piccoli nascono per quello: teoricamente, è più facile che i candidati siano maggiormente conosciuti dagli elettori, a meno che ovviamente non siano paracadutati dall'alto. In ogni caso, le preferenze non sarebbero la mia priorità.
Va notato però che tale proposta di legge deve ancora essere approvata dal Senato, dove la maggioranza ha numeri più risicati: ogni modifica è quindi ancora possibile, e i contenuti di questo post vanno ritenuti validi fino a quando non ne subentrino alcune di esse.
In tempi di crisi della politica, specie in Italia, uno dei fenomeni più rilevanti e associati a tale degrado è l'autoreferenzialità della classe dirigente, che si riflette in particolare nella vacuità delle parole e delle tematiche che sono volta per volta oggetto di discussione.
A questo fenomeno già presente in Italia da almeno vent'anni si è sovrapposto il lato deleterio della comunicazione rapidissima dei social network, che richiede espressioni brevi ed incisive in grado di catturare l'attenzione di un pubblico sempre più disabituato a una riflessione approfondita, per tutta una serie di cause che non sono però argomento di discussione di questo post.
Quello che interessa in queste righe non è criticare il cambiamento della comunicazione, ma l'effetto combinato che esso ha con la povertà delle proposte politiche circolanti. Nel dibattito pubblico si è andata generando una grande quantità di espressioni, di parole chiave, di concetti che apparentemente dovrebbero sottintendere un intero mondo, ma che, non venendo dalla semplificazione di una riflessione profonda ma essendo nate esclusivamente per raggiungere un pubblico ampio, spesso peccano di banalità e semplicismo.
Parole come riforme, buon senso, fare, concretezza, sono state ripetute fino all'ossessione nel linguaggio della nostra classe dirigente, perdendo così ogni significato ed assumendo solo il ruolo di vuoti contenitori che chiunque può usare per farsi bello: tali parole, che si presuppongono essere vincenti e condivisibili, diventano uno strumento di marketing piuttosto che dei concetti da trasmettere.
Su questo blog cercherò di analizzare alcune di esse, partendo da quella che ho recentemente discusso in una chat su Facebook con un mio conoscente: il buon senso.
Questo concetto viene usato in molti modi in politica: "Le nostre proposte sono di buon senso, a prescindere da destra e sinistra, perché in questa situazione di crisi tutti sanno cosa bisogna fare ma non lo si fa mai" è un concetto che, in formulazioni differenti ma simili, ho sentito da quasi ogni soggetto, sia esso il PD, Scelta Civica, Forza Italia, il Nuovo Centrodestra, ma anche il Movimento 5 Stelle, Fratelli d'Italia o altri: insomma, opposizione e governo sono accomunati da questo rifarsi a una presunta verità inconfutabile dalla quale derivano immediatamente le proprie proposte.
Quante volte si è sentito dire che "È buon senso abbassare le tasse", o "È buon senso ridurre gli sprechi" o "È buon senso combattere la corruzione" è così via?
Qui viene in aiuto la chat su Facebook menzionata in precedenza: nasceva da un opinione da me espressa sul giornalista Aldo Cazzullo, da me non apprezzato per quanto segue.
Perché è l'apoteosi di quella finta borghesia liberale che si appella al buon senso col solo scopo di demolire ogni alternativa che vada contro il mainstream neoliberista
Mi rendo conto di essermi espresso in maniera inutilmente verbosa e difficile, ma la sintesi data da uno dei membri della chat (non a caso conterraneo di Renzi, uomo fin troppo immediato quando comunica) è illuminante.
Ti farebbero mangiare la merda in nome del buon senso
Il buon senso non è una proposta, ma è usato per far passare qualunque idea, che diventa valida solo perché vi è appiccicata questa etichetta. Quando anche Mario Draghi dice "Padoan sa cosa deve fare, lo sanno tutti" uccide la politica, che per sua natura è confronto tra diverse proposte nate per risolvere i problemi della vita reale.
Il punto è che non esistono soluzioni in assoluto corrette, esse diventano tali solo in base alla visione che si ha della società (la cosiddetta ideologia, per usare una parola oggi non di moda ma che per me è bellissima): è più giusta una società dove si predilige un riequilibrio delle diseguaglianze o una che premi in tutto e per tutto il successo individuale, essendo quest'ultimo dovuto al duro lavoro? Per andare più nel concreto, abbassare le tasse non è una soluzione, ma è un obiettivo: la soluzione consiste nelle scelte che si fanno per coprire le minori entrate dovute al calo della tassazione in certi ambiti. Per esempio, per abbassare le tasse sul lavoro è giusto aumentare la tassazione in altri ambiti o tagliare alcune voci di spesa pubblica? E quali voci? La risposta dipende dal tipo di società che si ha in mente: non esistono soluzioni di buon senso, al limite obiettivi che lo rispecchiano.
La validità delle soluzioni proposte può essere data esclusivamente dal loro successo elettorale e dai risultati che si ottengono applicandole, ma non può essere determinata a priori, in nome di un presunto buon senso che santifica ogni cosa, anche la merda.
Gli effetti di questa trasformazione, che è la supposta morte delle ideologie, sono sotto gli occhi di tutti: senza una visione di una società alle spalle, cosa altro è la politica, se non un vuoto mantenimento degli equilibri esistenti e una spartizione di cariche e di influenza?
Renzi annuncia la lista dei ministri del suo governo
Interrompo questo periodo di silenzio sul blog (dovuto a nobili ragioni: prima campagna alle primarie per Civati, poi scazzo) con un post dedicato alla nascita del primo governo a guida Renzi, il più giovane presidente del consiglio nella storia dell'Italia unita (questo primato apparteneva, e non è un precedente benaugurante, a Mussolini...).
Per chiarezza, dico subito che alle primarie del Partito Democratico dello scorso 8 dicembre non ho votato Renzi (ma Civati), così come nemmeno in quelle precedenti per la scelta del presidente del consiglio (dove ho scelto Bersani), e non ho trovato positivo il modo in cui egli ha scaricato il pur da me non approvato governo Letta, e per due motivi. Quando nella DC succedevano queste cose si cercava sempre una scusa politica, mentre il modo qui scelto è stato veramente brusco e rischia di lacerare ancor di più il non proprio granitico Partito Democratico. Inoltre, quello che non andava per me del governo Letta non era la presidenza di quest'ultimo, ma la maggioranza di governo che lo sosteneva e la mancanza di uno scadenzario preciso con le cose da fare prima di tornare subito al voto e porre termine a un'oggettivamente non desiderabile situazione di "larghe intese" (per quanto ridotte dall'uscita di Forza Italia dal governo), e ciò non è stato cambiato. Renzi, dopo aver conquistato il partito, voleva giustamente poter influenzare il governo, e sentiva che con Letta avrebbe rischiato di venire offuscato e trascinato nell'impopolarità, ma il modo scelto poteva e doveva essere migliore.
Questo post però vuole essere dedicato ad una prima (e quindi probabilmente superficiale) analisi della squadra di governo. Se si dà retta alla statistica, questo è il primo governo con un egual numero di ministri uomini e donne, con pochi dicasteri (sedici, di meno ne aveva solo il terzo governo a presidenza di De Gasperi) occupati da elementi con un età relativamente bassa (47 anni, ma questo dato lo cito a memoria). Però, come ho letto su un libro di De Crescenzo, la statistica è quella cosa per cui se si è con la testa nel forno e il culo nel freezer stai mediamente bene; meglio riformulato, ciò significa che i dati vanno interpretati e non solo snocciolati, altrimenti possono dare conclusioni errate.
Come diceva Cencelli, i posti da ministro non si contano, ma si pesano: esistono infatti incarichi tradizionalmente più importanti e altri che assumono rilevanza in base al periodo storico. Ad esempio, il Ministero dell'Economia è ovviamente un dicastero chiave in ogni governo; ai tempi della guerra fredda il Ministero della Difesa era probabilmente più importante di quanto lo sia oggi; infine quello delle Pari Opportunità (con tutto il rispetto per le battaglie sull'uguaglianza di genere) è un po' un riempitivo, tant'è che in questo governo è stato soppresso.
Per cui, oltre a dire che il basso numero di ministri è una novità positiva (anche se dovremo aspettare di sapere quanti sottosegretari saranno nominati), per valutare la cifra politica di un governo bisogna quindi individuare gli incarichi più importanti e poi andare a vedere chi li occupa. Nell'esecutivo Renzi ne ho individuati 6: Economia, Interno, Giustizia, Riforme, Esteri, Lavoro. Qui una galleria fotografica con tutti i ministri oggi nominati.
Pier Carlo Padoan, neo-ministro per l'Economia
Il dicastero dell'Economia è stato assegnato a Pier Carlo Padoan, un dirigente dell'OCSE. Il suo profilo è quello di un cosiddetto "tecnico", ossia di un uomo la cui carriera lavorativa non si è svolta principalmente nell'agone elettorale, con però rilevanti contaminazioni "politiche": egli infatti è stato un importante consulente economico della fondazione di D'Alema, Italianieuropei, e sembra sia in ottimi rapporti con Napolitano ed è generalmente ricondotto alla galassia del centro-sinistra.
Questo nome è quindi ascrivibile a pressioni del Presidente della Repubblica, che negli ultimi due governi ha sempre voluto un elemento con esperienza e notorietà internazionale per questo delicato ruolo, pur tuttavia venendo parzialmente incontro alle richieste di Renzi, che di figure tecniche al governo ne voleva il meno possibile (e infatti Padoan è l'unico di questa categoria tra i ministri).
La ministra degli Esteri Federica Mogherini
Speculare a questa filosofia è quindi la scelta del ministro degli Esteri: Federica Mogherini, con conoscenza nel campo della politica estera, è infatti responsabile Europa e Affari Istituzionali della segreteria politica del Partito Democratico, e quindi persona gradita a Renzi e per lui fidata.
Emma Bonino aveva decisamente maggiore esperienza e carisma internazionale, ma non aveva coperture politiche importanti e quindi è stata sacrificata nello scambio tra Quirinale e Renzi su questi due dicasteri significativi. Mi auguro comunque che la sua competenza possa essere premiante (ricordo il caso dei fucilieri italiani intrappolati in India, di assai delicata gestione). In più è stato soppresso il ministero degli Affari Europei, e sarà interessante vedere se tali deleghe saranno prese dalla Mogherini o da Renzi stesso.
La pattuglia del NCD nel governo Letta
Alla politique politicienne si deve la conferma di Alfano come ministro degli Interni: Alfano in particolare voleva conservare questo incarico e in generale il NCD non desiderava variazioni nella sua rappresentanza al governo. È stato quindi più semplice non toccare queste tessere per evitare complicate ripercussioni su tutte le altre caselle, anche a costo di mantenere un ministro che per dubbi diktat economici e oscuri interessi ha espulso la Shalabayeva, senza per questo venire sfiduciato o almeno criticato. Confermati anche Lupi di Comunione e Liberazione, che alle Infrastrutture continuerà a gestire la partita di EXPO 2015, fondamentale per le aziende lombarde legate a questo movimento politico di ispirazione religiosa.
Maria Elena Boschi, ministra delle Riforme
Ovviamente Renzi ha voluto persone di comprovata fiducia e lealtà in due ruoli importanti: il nuovo sottosegretario alla presidenza è il fedelissimo Graziano Delrio, noto soprattutto per essere stato il primo sindaco di Reggio-Emilia non cresciuto nelle file del PCI, mentre il ministro delle Riforme, va a Maria Elena Boschi, già responsabile su questi temi nella segreteria del PD, che in comune con Renzi ha la fulminante ascesa partita dalla Toscana e felicemente conclusasi a Roma passando per la Leopolda, l'evento di riferimento per i sostenitori del neo-premier. Quest'ultimo dicastero assume importanza non tanto per le deleghe ad esso assegnato (il termine riforme è quanto di più generico, vago e vacuamente ripetuto fino all'ossessione ci possa essere in politica, battuto forse di recente solo dall'espressione "buon senso"), ma per la delicatezza della partita con Berlusconi, interlocutore privilegiato in quanto leader dell'altro grosso partito presente in Parlamento (il M5S non ne vuole sapere di partecipare a grandi trattative con le altre forze): tale argomento infatti può essere usato per allungare o accorciare la vita del governo (ad esempio, tramite una legge elettorale che penalizza i piccoli partiti o avviando modifiche costituzionali, che necessariamente richiedono tempi lunghi), e quindi Renzi ha voluto per questa casella una persona fidata. Delrio invece fungerà da guida nelle procedure e nei rituali della politica romana, finora a Renzi essenzialmente sconosciuta nella sua quotidianità.
Forse sempre con l'intento di non giungere allo scontro diretto con Berlusconi, per poterlo sfruttare come sponda politica, si è nominato Andrea Orlando ministro della Giustizia, che lascia così il dicastero dell'Ambiente, a cui era stato messo in realtà inspiegabilmente, se non per dare un contentino all'ala dei bersaniani uscita sconfitta dalle elezioni e vittima più che fautrice delle prime larghe intese. Orlando infatti è stato membro delle commissioni Giustizia e Antimafia alla Camera, e nel 2010 ha provato a instaurare con il PDL un percorso per formulare una condivisa riforma della Giustizia. Ha vinto su altri nomi (es., Gratteri, Pomodoro, Cantone) che potevano essere considerati troppo intransigenti in una casella come quella della Giustizia, su cui Berlusconi e il suo partito hanno semre avuto grande interesse, per evitare le barricate da parte di questi ultimi sul cammino delle riforme, che invece fanno comodo a Renzi per i motivi esposti sopra.
Giuliano Poletti, nuovo ministro per il Lavoro
Chi da Renzi si aspettava dei forti strappi con il mondo più tradizionale della sinistra dovrà probabilmente ricredersi. Va in senso opposto infatti la nomina di Giuliano Poletti, a capo della Lega delle Cooperative, a ministro per il Lavoro. Egli proviene infatti da uno dei tre filoni (le cooperative, appunto), che assieme al sindacato e al partito hanno giocato un ruolo importante nella sinistra italiana, e in termini politici e di amministrazione, e generalmente considerato più vicino alla sinistra più tradizionale alla Bersani. Tale nomina potrebbe far pensare che le misure di Renzi in materia di legislazione del lavoro potrebbero essere meno sgradite a questo mondo di quanto si potesse inizialmente pensare.
La sua presenza è comunque bilanciata dall'incarico allo Sviluppo Economico assegnato a Federica Guidi, ex leader dei Giovani Industriali e importante esponente di Confindustria, anche per tradizione familiare. Queste due nomine dimostrano che Renzi ha ben presente che per governare è meglio confrontarsi con i tradizionali corpi sociali (sindacati, industriali, etc.) piuttosto che scontrarsi con essi.
Dario Franceschini, dai Rapporti col Parlamento alla Cultura
Per quanto concerne gli altri incarichi, stupisce che Franceschini, prima sostenitore di Bersani e poi uno dei grandi nomi che hanno sostenuto Renzi nelle primarie per la segreteria del PD, sia stato messo in un dicastero tutto sommato marginale come quello della Cultura. A meno che egli non voglia incarichi più defilati per poter meglio lavorare nel partito e quindi gestirlo, non comprendo questa nomina.
Insomma, il Renzi premier ha compreso che una rottamazione totale, almeno per il momento, non era possibile. Ha capito che per governare non si può fare la guerra a industriali e sindacati (consapevolezza per me positiva in realtà) e che bisogna cedere su qualcosa con i partiti alleati, cosa necessaria per quanto sgradita. La presenza femminile in dicasteri significativi è fortunatamente rilevante, pur se non nelle stesse proporzioni del governo nel suo complesso, anche con presenza di elementi tutto sommato giovani (ad esempio, Mogherini e Boschi). Non condivido per niente, invece, l'atteggiamento troppo condiscendente nei confronti di Berlusconi mostrato nella scelta del ministro della Giustizia. Intendiamoci, per me scegliere un magistrato non sarebbe stata garanzia di qualità, ma la nomina di Orlando è stata fatta chiaramente per poter mantenere un doppio binario: quello con Alfano per la gestione del governo e quello di Berlusconi per le riforme, con lo scopo di mettere contro costoro e quindi usare uno dei due per diminuire l'altro a seconda della necessità. Se c'era una cosa buona del governo Letta era che era riuscito a mettere in un angolo politicamente Berlusconi, pur con l'effetto collaterale di rendere importante un tutto sommato insignificante Alfano. Renzi lo ha riesumato prima per innervosire Alfano e mettere in difficoltà il governo Letta, ora per cercare di frenare il leader di NCD nelle sue pretese al governo. Attenzione però: è difficile pensare che i due non si presentino uniti alle prossime elezioni, e quindi sarà molto difficile dividerli per davvero. Se a Renzi ciò riuscisse, sarebbe forse uno dei suoi più grandi successi elettorali.
Speriamo però che possa vantarne altri, altrimenti non so davvero quali possano essere le conseguenze di un altro fallimento.
Come premio per chi ha avuto la pazienza di arrivare alla fine questo lungo post, offro un video di Crozza-Renzi, in cui si parla del programma (ah, i contenuti, altro ritornello ripetuto all'infinito nella politica di oggi...)
Volevo scrivere un post su quanto fosse stata montata la pretestuosa polemica sul negazionismo di Odifreddi (spiegherò più avanti perché pretestuosa, ma, detto in breve, egli non aveva alcuna intenzione di negare la Shoah nei suoi due post incriminati). Un fatto contingente però ha causato un cambio nelle mie intenzioni.
In miei numerosi post su Twitter citavo il PD, a volte per lodarlo, più spesso per criticarlo, da ex iscritto che, specie recentemente, prova un rapporto di amore e odio con il suo partito. Non mi è mai arrivata risposta, né d'altronde me l'aspettavo: ho pochi follower su Twitter, e lo uso soprattutto come canale per pubblicizzare il blog o per qualche sfogo scritto di impulso.
Ieri però mi è arrivata risposta a un tweet di questa mattina. Riporto lo scambio qui sotto
Piccola nota per chi non seguisse le vicende del PD. Otto giorni fa Guglielmo Epifani, segretario pro tempore del partito, ha lanciato un'iniziativa, che ha chiamato Identify PD (perché poi queste cose debbano avere un nome inglese non lo capisco). Iscritti e non al partito possono caricare video su un sito dedicato in cui raccontano il PD che vorrebbero. Riguardo Twitter, se in un messaggio si usa parola preceduta dal simbolo # (in gergo hashtag), si indica che si sta parlando di quell'argomento, e quindi altri utenti possono, cercando tweet a riguardo, trovare il messaggio che si è scritto. Probabilmente i volontari (o precari) che curano l'iniziativa hanno trovato così il mio messaggio.
Ieri mattina, sulla trasmissione televisiva Agorà su Rai 3, hanno mostrato un collage dei video caricati su questo sito, e uno di essi appunto diceva che, dopo aver votato per anni sinistra, si è deciso a cambiare e votare Renzi. Col mio tweet volevo sottolineare questa contraddizione della sinistra oggi (Renzi vincerà quasi sicuramente le primarie, e con grande consenso), di affidarsi a un leader in cui molti non si riconoscono.
Venendo al tweet, quelli di Identify PD mi chiedono di dare il mio contributo. Io lo darò per iscritto. Sembrerà banale, ma io voglio un PD che sia di sinistra. Così però la questione diventa: ma cosa vuoi dire con "sinistra"?
Chiarisco sin d'ora che non esiste una risposta indipendente dal contesto (essere di sinistra in Italia è diverso dall'essere di sinistra in India) e dall'epoca (esserlo oggi è diverso dall'esserlo 30 anni fa). Per questo Blair, da certe parti vituperato, negli anni '90 era di sinistra, perché ha cercato di rispondere alla crisi data dal crollo dei blocchi con una dottrina che conciliasse il vincente capitalismo con delle esigenze sociali: per lui allora essere di sinistra significava dare ad ognuno, indipendentemente dalla sua condizione di partenza, le stesse probabilità di esprimere il proprio potenziale e di venire per questo premiato con il successo.
Oggi però la situazione è completamente diversa: l'individualismo e l'egoismo sono dominanti, e quindi dire solo "Siete liberi di arricchirvi perché noi garantiremo a tutti la possibilità di farlo" non basta più. A queste due piaghe vanno opposte due nuove parole come la solidarietà e l'equità: le potenzialità di ciascuno e il funzionamento del sistema devono essere volti a un benessere diffuso, comune, che non lascia nessuno indietro e che dia a ciascuno secondo i propri meriti, ma senza concentrazioni di ricchezza eccessive mai giustificabili. Per questo ho partecipato con entusiasmo l'anno scorso alla campagna di Bersani, che già nel dare alla coalizione il nome "Italia bene comune" aveva capito che c'era bisogno di questa svolta.
Qualcuno potrebbe rispondere che un vero blarismo in Italia non si è mai avuto, e quindi è necessario passare attraverso questo stadio: da qui ad esempio la necessità di votare Renzi. Ebbene, questo è parzialmente vero, ma quella dottrina era nata per una certa società, e oggi le cose sono completamente cambiate: sarebbe come pensare che, poiché in Italia non c'è stata la rivoluzione francese, allora bisogna farla ora, visto che è stata una tappa decisiva per quel paese.
Ma è appunto il fatto che queste due parole d'ordine oggi siano completamente dimenticate, assieme a "diritti", a rendermi triste: oggi vorrei un partito che sappia parlare di questi concetti, per contrastare veramente il plagio di 40 anni di neoliberismo che hanno inciso nel profondo delle nostre coscienze e hanno prodotto i guai di oggi: la solidarietà contro l'egoismo, l'equità contro l'individualismo, i diritti per tutti contro i privilegi nelle mani di pochi.
Ambiente, gestione pubblica dei beni pubblici (vi ricordate la vergognosa indecisione sui referendum sull'acqua dei dirigenti proprio mentre gli elettori raccoglievano le firme e poi facevano propaganda?), sanità e scuola pubbliche (niente soldi ai privati), uno stato che funzioni meglio (e che sia capace quindi di affrontare davvero le sacche di inefficienza che purtroppo ci sono), dottrina del lavoro (o la protezione è dai licenziamenti ingiusti o essa si garantisce con un generoso sistema di sussidi di disoccupazione veramente centrati su una formazione e un aggiornamento professionale seri, ma non si possono lasciare i lavoratori a sé stessi), un fisco che colpisca le rendite e i patrimoni e garantisca i redditi da lavoro e da pensione e gli investimenti produttivi, diritti degli omosessuali a vedere riconosciute le loro unioni, diritti dei migranti a non passare mesi in galere dalle condizioni igieniche scandalose solo perché clandestini, diritti delle donne affinché il genere non sia una variabile che fa la differenza nei rapporti sociali, una giustizia che colpisca severamente non solo i ladri di polli ma i grandi corruttori ed evasori (che derubano sessanta milioni di italiani), delle leggi che colpiscano i privilegi e le rendite di posizione, scelte economiche che non ci portino ad essere un enorme luogo di vacanza per ricchi di altre nazioni, puntando sui settori strategici del futuro (energia pulita, mobilità sostenibile, la società dell'informazione, tanto per dirne alcuni) e non buttando soldi in aziende decotte, per produrre davvero nuovi posti di lavoro.
Queste sono solo alcune tante cose che un partito di sinistra oggi in Italia deve fare. L'elenco è assolutamente incompleto, ma già da solo richiede anni e una strategia di lungo periodo: sarà il PD in grado di raccogliere queste sfide, e non agire sulla base dei sondaggi minuto per minuto?
P.S.: so che il tweet lo ha scritto un povero precario o un volontario, e che qualcuno potrebbe dire "Ma chi te la fa fare di rispondere?" Ma proprio perché dall'altra parte o c'è uno che ci crede davvero in quello che fa o uno sfruttato, entrambe queste figure meritano comunque una risposta.
Il venti agosto scorso è scattato l'Earth Overshoot Day, ossia il giorno a partire dal quale l'essere umano vive a debito delle risorse del nostro pianeta. Dal 1987 noi tutti consumiamo in un anno più di quanto la Terra riesca a produrre nello stesso periodo di tempo: servirebbero 1.5 pianeti come il nostro per soddisfare le nostre esigenze.
Dal 2011 i giornali italiani sono pieni di titoli sul debito pubblico monstre, e delle sue conseguenze negative per noi che dobbiamo ripagarlo e per coloro che verranno dopo di noi qualora non si riuscisse a ridurlo in maniera significativa.
Il deficit che stiamo alimentando nel consumo delle risorse naturali invece non suscita interesse: viviamo prosciugando l'acqua che si è accumulata nel tempo, consumando il suolo e aumentando l'estensione dei deserti, derubando i nostri figli della loro ricchezza per il nostro benessere.
Se le prime pagine dei giornali e dei telegiornali fossero state dedicate a questo enorme debito che stiamo accumulando ci sarebbe una maggiore consapevolezza di questo problema e delle sue cause: ad esempio, un allevamento intensivo portato al parossismo, un'agricoltura che spreca la nostra acqua infischiandosene di applicare tecniche meno dispendiose idricamente, i nostri stili di vita pieni di sprechi (rubinetti sempre aperti, televisioni sempre accese, riscaldamenti troppo alti, riciclaggio esiguo, e chi più ne ha, più ne metta), ma potrei andare avanti ancora a lungo.
L'attenzione su questo dramma invece è minima, quando non nulla, anche da parte di chi dovrebbe esservi più sensibile: ad esempio, nel cercare sul sito del WWF Italia delle pagine che parlassero di questo tema, non ho trovato niente che si riferisse a quest'anno.
Dobbiamo invece essere più consapevoli, adottando noi stessi stili di vita più ecosostenibili, ad esempio mangiando meno carne, usando di più i mezzi pubblici, limitando i nostri consumi: insomma, quelle ricette che in fondo molti di noi avranno sentito almeno una volta nella vita. Però questo non basta, dobbiamo pretendere che anche chi ci governa segua il nostro esempio e abbia come obiettivo una società con un'impronta ecologica via via minore. Mi piange il cuore, a vedere che l'unico movimento che sul suo sito ha parlato del Wolrd Overshoot Day sia il Movimento 5 Stelle, e che né PD né SEL, che facevano parte di una coalizione chiamata "Italia Bene Comune" vi dedicano almeno una riga: cosa c'è di più comune del nostro pianeta?
Stimolato dal post che ho trovato sul blog di Mattia Butta (che figura tra quelli segnalati nella barra sulla destra), ho maturato un paio di riflessioni sul tema legge elettorale, la cui modifica a ondate figura sui titoli dei giornali o nelle dichiarazioni dei politici (che per fortuna non sono sempre in prima pagina). Per riassumere, egli propone una sua legge elettorale che dovrebbe ridurre al minimo la possibilità di avere una classe elettorale fatta solo da uomini di apparato pronti a farsi guidare dal leader di turno.
Chiarisco una cosa: la legge elettorale non serve a garantire l'elezione dei "migliori", dei più preparati, o degli integerrimi. Le competenze e caratteristiche personali non sono garanzia per la carriera politica (un ottimo primario può essere un pessimo ministro della salute) proprio perché la politica è anch'essa un lavoro, che richiede una certa esperienza e delle abilità specifiche per poter essere fatto al meglio. E quindi non si può fare a colpi di solo "spirito di servizio" o di volontariato, ma qui rischio di divagare...
Tornando al punto, allora a cosa serve una legge elettorale? Vi sono due fini, non sempre in concordia, che un'elezione dovrebbe perseguire: la rappresentatività degli eletti rispetto agli elettori e l'espressione di una chiara maggioranza di governo. Poiché l'opinione pubblica è un animale molto complesso e mutevole è difficile che le sue sfumature possano essere pienamente rappresentate, se non al prezzo di forti rischi di ingovernabilità. Per evitare ciò, in genere si preferiscono sistemi di tipo maggioritario con collegi di tipo uninominale (che possono esprimere un solo eletto), mentre per la rappresentatività si tende ad orientarsi su leggi proporzionali (qui un valido riassunto delle varie possibilità).
Non sempre governabilità e rappresentatività però sono in disaccordo: la Svizzera, per esempio, ha un sistema elettorale in cui ogni partito si candida e prende i suoi voti, e poi i sette posti di governo vengono suddivisi sulla base dei risultati delle liste (la cosiddetta formula magica). Un tale sistema elettorale non ha alcuna preoccupazione per la stabilità di governo, e anzi le maggioranze variabili su specifici provvedimenti sono frequenti (ad esempio, le espulsioni degli stranieri), ma ciò non è visto come un problema. In Italia, almeno formalmente, c'era una cosa simile, il Pentapartito, che ha dato 7 governi in 13 anni, questo a conferma che non è solo la legge elettorale che conta. A riguardo non posso non menzionare i ribaltoni avvenuti anche nel Regno Unito, proprio a scapito della Lady di Ferro Thatcher, pur essendo questa nazione patria del maggioritario uninominale. Questi sono comunque casi estremi: il proporzionale in genere rappresenta bene l'elettorato, a patto di avere una bassa astensione e partiti radicati nella società, e il maggioritario garantisce coalizioni stabili, purché queste siano ben assemblate e non solo basate sul principio del battere l'avversario e la differenza di voti tra i vari schieramenti sia sufficientemente cospicua.
Se invece si vogliono altre cose, bisogna cercare altri rimedi: ad esempio, partiti radicati richiedono una classe dirigente che sappia capire le tendenze politiche e un elettorato partecipe, mentre si hanno coalizioni ben assemblate solo se i loro membri discutono in precedenza ciò che si propongono di fare e se mantengono la parola data agli altri in caso di vittoria elettorale. Per riassumere, servono dei cittadini capaci di formarsi una propria opinione in maniera più o meno consapevole e una classe dirigente di qualità, che può esistere solo se esiste una base ampia di persone di buon livello. Queste cose sono garantite solo da una buona istruzione (e non a caso questo è il settore dove si è tagliato di più negli ultimi anni e si sono fatti disastri) e da mezzi d'informazione indipendenti e seri, non lottizzati né di proprietà degli attori politici.
Sperare che certe cose le dia una legge elettorale è come chiedere a un tostapane di risolvere una complicata equazione: semplicemente, non è lo strumento adatto.
Ho approfittato della giornata Pasquale, in cui anche la politica si ferma per un attimo dai suoi fremiti, per cercare di riassumere l'attuale situazione, al di là delle semplici (per quanto veritiere) considerazioni riguardo lo stallo istituzionale. La cronaca prima di tutto. Come soluzione (temporanea) all'impossibilità di formare un governo, Napolitano ha deciso di comporre due commissioni che avranno il compito di stilare delle proposte in tema economico e di riforme istituzionali che dovrebbero, nell'intenzione del Presidente della Repubblica, costituire il programma di un futuro governo: poiché queste due commissioni sono composte in tutto da 10 membri, questi sono stati definiti 10 saggi (qui le loro foto e una breve biografia). Questa è stata definita "soluzione olandese", poiché in Olanda 3 anni fa le elezioni diedero luogo ad una frammentazione politica addirittura peggiore di quella italiana. Anche in quel frangente fu istituita una commissione, che lavorò per 55 giorni e consegnò poi il suo programma ad un governo di unità nazionale che vedeva l'accordo tra democristiani e laburisti con l'appoggio esterno degli xenofobi di Geet Wilders. Alle successive elezioni i primi due riportarono un successo consistente. Tuttavia questa soluzione secondo me rappresenta in pieno l'impotenza del Parlamento di questo periodo, e in un certo senso ne sancisce il commissariamento.
Nel merito delle biografie dei membri, si possono identificare parecchi punti critici. I più evidenti sono l'età dei 10 saggi (a parte il Leghista Giorgetti, di 47 anni, sono tutti over 50) e il fatto che siano tutti uomini: possibile che non fosse possibile trovare almeno una donna con un curriculum ed una reputazione tali da renderla degna di far parte di tale consesso? Andando poi a spulciare i nomi, la prima cosa che salta all'occhio è che tra questi 10 prescelti non vi sia neanche uno che sia anche indirettamente riconducibile al M5S: vi sono due del PD (Violante e Bubbico), due Montiani (Moavero e Mauro), un PDLino (Quagliarello), un Leghista (Giorgetti) e un illustre costituzionalista (Onida) candidato alle primarie del centro-sinistra del 2011 per la scelta del sindaco di Milano (quelle che diedero l'avvio alla trionfale marcia di Pisapia); gli altri tre sono alti funzionari di stato, come Giovannini, presidente ISTAT, Pitruzzela, presidente Antitrust, e Rossi, vice-direttore della Banca d'Italia. Pensando al risultato delle ultime elezioni, due Montiani appaiono veramente troppi. Le malelingue potranno già pensare che la presenza di Violante nella commissione sulle riforme istituzionali sia una garanzia per Berlusconi, ricordando il famoso video su un patto per evitare una legge severa sul conflitto d'interessi.
D'altra partela presenza di Mauro, uscito dal PDL proprio in dissenso con la candidatura di Berlusconi, e di Quagliarello, non certo uno dei più accaniti sostenitori del suo capo-partito, potrebbe portare a conclusioni opposte. Certo a me, da mezzo lucano, dispiace vedere la presenza di Bubbico, ex-sindaco di Montescaglioso (MT) ed ex-presidente della regione Basilicata coinvolto nell'inchiesta Toghe Lucane,che ebbe inizio da due morti ancora avvolte nel mistero e che portò alla luce numerose omissioni e commistioni tra politica e magistratura lucane. Anche per essa De Magistris venne trasferito, essendogli stata addebitata una gestione inopportuna delle indagini. Toghe lucane ora è stata riaperta, e spero che a riguardo, come si augura Libera, si riesca a scoprire la verità. Per chi volesse approfondire la questione, consiglio il capitolo ad essa dedicato del libro Roba Nostra di Carlo Vulpio.
Tornando all'attualità, si può cercare di capire chi ha vinto e chi ha perso alla luce degli attuali sviluppi politici? Mi concentrerò sui 4 principali attori: Giorgio Napolitano, il PD, il PDL e il M5S.
Giorgio Napolitano - Il Vincitore
Di sicuro è lui, avendo ancora in mano il boccino del gioco, il vero vincitore. Le pressioni su di lui affinché si dimettesse anticipatamente avevano raggiunto altissimi livelli. Il ragionamento era: poiché Napolitano non può sciogliere le Camere, che si faccia da parte in modo che si possa trovare subito un nuovo Presidente che abbia nuovamente questa potente arma. Probabile fautore delle larghe intese (ipotesi confermata anche dai nomi scelti per i 10 saggi), con questa mossa guadagna tempo, evitando per ora le elezioni anticipate e, come vedremo in seguito, suscitando forte nervosismo in Berlusconi, involontario ostacolo delle larghe intese. Gli unici dubbi sono: ma se non si riesce a trovare una maggioranza, a quale governo queste due commissioni dovranno presentare i loro documenti? Nel frattempo, rassicura i mercati affermando che un governo l'Italia ce l'ha tutt'ora ed è nel pieno dei poteri, non essendo stato sfiduciato (vedremo però martedì quanto questa affermazione tranquillizzerà le borse).
Partito Democratico - Un pareggio senza infamia né lode
Pur senza una dichiarazione ufficiale a riguardo, Bersani ha visto sfumare il suo improbabile tentativo di formare un governo con il M5S. È probabile che l'ala del partito a favore delle larghe intese abbia visto con favore questa soluzione, che potrebbe porre le basi per un dialogo con il PDL, anche se le dichiarazioni di Franceschini a "In 1/2 ora" da Lucia Annunziata sembrano dire il contrario: quello che è probabile è che il PD avrebbe voluto sfruttare maggiormente i numeri a lui favorevoli in Parlamento, specie nella Camera dei Deputati, mentre dei 10 saggi solo 2 sono chiaramente ad esso riconducibili. Eppure questa mossa, come vedremo nel paragrafo dedicato al PDL, gli rende più facile la corsa da qui all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. In ogni caso, Bersani potrebbe ancora reclamare qualche importanza nel futuro governo (il pre-incarico non gli è ancora stato tolto), tanto più che le due commissioni ricalcano molto il doppio binario economia-riforme istituzionali da lui proposto, e comunque il PD vede per il momento ancora rinviato il tanto avversato governissimo.
Popolo della Libertà - Sconfitto con riserva
Le critiche più dure alla decisione di Napolitano vengono da Berlusconi. Quest'ultimo infatti, capendo che la legislatura non durerà a lungo, si è disinteressato alle partite per le presidenze delle Camere e per la presidenza del consiglio per concentrarsi sulla corsa al Quirinale. Il Presidente della Repubblica infatti è sicuro di durare sette anni, e di avere pertanto un'importante influenza sui futuri sviluppi politici. Come rivela un articolo dell'Huffington Post Italia, Berlusconi teme la mossa di Napolitano serva a rimandare la partita del governo, togliendogli l'unica arma di ricatto per poter ottenere qualcosa (un nome a lui gradito) al Quirinale. Egli teme che, una volta messa in freezer la partita per Palazzo Chigi, le sue offerte di collaborazione al governo in cambio di un accordo per il Presidente della Repubblica perdano di valore, spostando la partita dal Parlamento (dove al Senato Berlusconi può scompigliare le carte) ai 10 saggi, dove PDL e Lega possono contare solo su due rappresentanti su dieci.
Movimento 5 Stelle - Un imprevista battuta d'arresto
Pur con alcune piccole incertezze (Crimi che si smentisce su eventuali sostegni a governi tecnici o politici) il M5S fin qui è stato protagonista delle consultazioni, avendo, se non altro indirettamente, favorito le elezioni di Boldrini e Grasso ed effettivamente fatto fare una brutta figura a Bersani (che pur ci ha messo tutto l'impegno) nei suoi tentativi di formare un governo con loro. Eppure, Grillo ha attaccato fortemente la scelta di Napolitano sui 10 saggi, in maniera apparentemente inspiegabile. Napolitano infatti, affermando che un governo in carica c'è già, ha in un certo senso confermato la tesidel M5S che non serve dare la fiducia ad un nuovo governo e che il Parlamento può quindi andare avanti con la sua attività legislativa. Da dove trae origine quindi l'ira di Grillo? Da un lato, non ci sono rappresentanti del M5S tra i 10 saggi. Questa però sarebbe un'interpretazione superficiale: in una risposta ad un commento ad un mio post avevo scritto che il M5S, se avesse rilanciato seriamente ad una trattativa col PD, avrebbe potuto ottenere subito la realizzazione di qualche sua proposta, mettendo in un angolo il PDL e quelli nel PD che guardavano con diffidenza alla strategia di Bersani per un accordo con il M5S. Parole di un PD-ino un po' di parte? Non proprio: in un suo articolo odierno Marco Travaglio (auto-proclamatosi elettore di Grillo al Senato) rimprovera al M5S di non essersi presentato da Napolitano con dei nomi per la Presidenza del Consiglio, scegliendo tra personalità tali che un rifiuto del PD avrebbe gettato discredito su quest'ultimo. Questo in fondo poteva essere un rilancio come quello da me suggerito, che invece il M5S non ha voluto fare, con l'effetto, citando Travaglio, di portare a "un inciucissimo con B. [Berlusconi, N.d.A.] più o meno mascherato. Che magari era nella testa di Napolitano e dei partiti fin dal primo giorno. Ma che ora ricadrà sulla testa dei 5 Stelle". Il giornalista, poi, conclude con un giudizio sintetico che vale più di mille mie parole: "Bel risultato, complimenti a tutti".